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mercoledì 5 novembre 2014

WALL STREET JOURNAL: ITALIA A RISCHIO COLLASSO! CRESCITA ZERO, DEBITO ALTISSIMO E BANCHE TOSSICHE!

Wall Street Journal, le condizioni tossiche delle banche italiane: perché il Paese rischia il collasso!

Una approfondita analisi sulle banche italiane, il cui esito è preoccupante. Un lungo articolo firmato da Simon Nixon sull'autorevole Wall Street Journal, articolo ripreso da Milano Finanza e quindi da Il Foglio, che fa luce su passato e futuro dei nostri istituti. L'analisi muove da una considerazione sulla Federal Reserve, la banca centrale Usa, e sul Quantitative easing, ossia l'immissione di liquidità nel sistema finanziario, lo "stampare moneta". Una misura da più fronti auspicata anche in Europa: perché la Bce non polverizza i vincoli per poi poter fare lo stesso? Nell'analisi ci si chiede se l'allentamento quantitativo, nell'Eurozona, potrebbe avere successo. Ed è qui che entra in gioco l'Italia, dove lo "stampare moneta" - un concetto semplicistico, ma che rende l'idea - assumerebbe le sembianze di un test cruciale. Già, perché nel Belpaese, la terza economia dell'Eurozona, il debito al 135% del Pil sta soffocando ogni possibilità di ripresa. Un contesto nel quale le condizioni del credito concesso dalle banche continuano a degradare: serve liquidità, dunque, serve "stampare moneta".

La verità dei test - Tutto semplice, no? Non proprio. Perché come ricorda il Wsj, se la misura "può soccorrere l'Italia, allora potrà soccorrere l'Eurozona. Eppure è difficile vedere" cosa il quantitative easing possa fare per l'Italia. Perché? Perché il nostro sistema versa in condizioni "tossiche". Le banche sono il principale canale attraverso il quale dovrebbe funzionare ogni stimolo monetario, ma proprio come lo Stato, i nostri istituto, sono soffocati da debiti e prestiti: questi ultimi sono pari al 53% del Pil, più di Francia e Germania. I prestiti bancari, inoltre rappresentano il 40% delle passività finanziarie complessive. E i recenti stress test condotti dalla Bce non hanno fatto che confermare il segreto di Pulcinella: i nostri istituti sono i più deboli di Eurolandia. Una cifra, su tutte: le nostre banche hanno sottovalutato le sottovalutazioni di 13 miliardi di euro, mica bruscolini. Inoltre gli stress test hanno mostrato come il nostro sistema bancario, fino a poco tempo fa, era gravemente sottocapitalizzato e dunque limitato nella capacità di elargire credito. Ora, dal punto di vista della capitalizzazione, qualcosa si è mosso, ma dal punto di vista del credito si è mosso molto poco: i rubinetti, per dirla con la più abusata delle frasi, restano chiusi.

Problemi cronici - Già, perché il Wsj ricorda come un altro cronico problema delle nostre banche sia la redditività molto bassa, dovuta alle estese reti di filiali, ai grandi portafogli con basso margine, alla super-imposizione fiscale e al moloch della burocrazia che affossa il Paese. E poi la governance, il "governo" delle banche, altro quasi-unicum italiano: in generale sono controllate da fondazioni, da enti proni agli interessi politici locali. Si pensi, per esempio, a Mps: la fondazione deteneva il 30% della banca, quota precipitata al 2,5% dopo gli scandali. Un mutamento, quello di Mps, indotto dalla grande crisi, che sta cambiando la fisionomia degli istituti quotati in Borsa. Ma la rivoluzione, o più semplicemente il cambiamento, in Italia viaggia sempre col freno a mano tirato. Il Wsj cita l'esempio della Spagna, che "ha spazzato via regole analoghe (sulla governance, ndr) aprendo la strada a un necessario consolidamento". Dunque l'avvertimento: "Finché l'Italia non adotterà simili riforme, un sistema bancario poco capitalizzato, appena profittevole, faticherà a fornire credito all'economia, indipendentemente da quanti soldi la Bce potrà pompare nel sistema".

Sforzi vani - Una frase, quest'ultima, che è la summa di tutto l'articolo, una frase che dà la cifra della - gravissima - situazione: o cambia qualcosa, e s'intende riforme (riforme vere) o ogni sforzo, compresi quelli di Mario Draghi, sarà vano. Dunque, niente credito, niente soldi, niente ripresa fino a un sostanziale collasso del sistema bancario e, a cascata, del Paese. Il Wsj propone poi alcune ricette che si concentrano sulla raccolta di liquidità da parte delle banche: bene aver goduto dei soldi della Bce, ma ora basta. Nessun istituto, si spiega, "vuole dipendere da Francoforte per finanziare le sue attività principali". Per liberare il sistema bancario, italiano ed europeo, dalle sofferenze serve dunque un "efficiente regime di insolvenza che permetta alle aziende sane di ristrutturare velocemente il loro debito".

Rivoluzione culturale - Il secondo requisito è la capacità di attrarre capitale di rischio: soldi freschi, asset nuovi. Ed è ancora sul capitale di rischio (equity finance) che cadono le banche italiane: il private equity, nel Belpaese, equivale allo 0,2% del Pil. Percentuali ridotte rispetto a quelle di Francia e Gran Bretagna. Ed è questo, insieme a tutti gli altri, l'altro, enorme, problema delle banche tricolore. Un dato che si deve leggere in controluce e che dimostra come la nostra economia sia dominata da piccole aziende famigliari con alta leva finanziaria, la maggior parte delle quali troppo indebitata per chiedere altre prestiti. Oltre al capitale bancario, dunque, manca quello societario. Un circolo vizioso che rischia di portarci al collasso: le imprese, come le banche e come il Paese. Il Wsj conclude caustico: all'Italia serve "una rivoluzione culturale".


Fonte: Il Fatto Quotidiano

domenica 2 novembre 2014

GERMANIA PRONTA A TORNARE AL MARCO IN CASO DI FALLIMENTO DELL'EURO!!!!

Un piano per tornare al marco. Germania pronta all'euro-crack

Ufficialmente le autorità di Berlino negano, ma ambienti politici (e non solo) legati al partito cristiano-democratico della Cancelliera Angela Merkel starebbero studiando un piano per essere pronti nel caso in cui (eventualità considerata poi non così remota), la moneta unica dovesse implodere. In sostanza, la Germania si starebbe preparando a tornare al vecchio marco tedesco. Alla base della svolta ci sarebbero lo strappo della Francia sul Patto Ue, la frattura Bundesbank-Draghi e l'ascesa del partito anti-sistema 'Afd'. Un piano per uscire dall'euro. O meglio, un piano per essere pronti all'eventualità, forse non così remota, che la moneta unica dovesse implodere. In Germania il governo della Cancelliera Angela Merkel starebbe mettendo a punto i contorni di un'operazione che fosse confermata potrebbe essere clamorosa: stare pronti per il ritorno al vecchio marco tedesco. 

Anni fa, in piena crisi, si era parlato della stampa della vecchia valuta, notizia che poi non trovò riscontri. E ufficialmente le autorità di Berlino negano, ma stando ad alcune indiscrezioni che circolano con insistenza non solo in Germania ma anche a Bruxelles, nella fila della Cdu, il partito della Merkel, si starebbe ipotizzando il crollo dell'euro. E quindi è necessario non farsi trovare impreparati. Alla base della svolta di Berlino ci sarebbe la decisione della Francia di non rispettare il vincolo del 3% e le difficoltà nel mantenere il rigore e l'osservanza stretta dei trattati Ue. Non solo. Avrebbero pesato anche le divisioni all'interno della Bce, con la Bundesbank sempre più in fibrillazione per l'atteggiamento di Draghi, considerato troppo "morbido", nei confronti dei paesi in difficoltà (Italia compresa). Politicamente, poi, sarebbe la risposta all'ascesa dell'Afd, il partito anti-sistema che chiede l'uscita dall'euro delle nazioni del Mediterraneo. Insomma, per il momento si tratta di discussioni informali tra i politici e i funzionari del Bundestag e della Cancelleria, ma questo progetto è certamente un serio campanello d'allarme per l'intera zona dell'euro (e per l'Unione stessa).

Fonte: Affari Italiani

venerdì 31 ottobre 2014

ECCO LA NUOVA TASSA SULLE CALDAIE IN VIGORE DAL 15 OTTOBRE!

Caldaie, nuovo libretto di impianto
Ma l’efficienza energetica è un salasso

In vigore dal 15 ottobre la normativa sui nuovi libretti e sui nuovi modelli per il controllo di efficienza energetica per condizionatori e caldaie. Ma il rispetto per l’ambiente e per l’igiene faranno sborsare 200 euro a famiglia

Una spazzola e una prova di accensione della durata di ventina di minuti al costo medio di 80 euro. Cifra che superava i 100 euro se si sommavano anche il controllo dei fumi e il bollino. Questo l’esborso che fino a due settimane fa si dovevano sobbarcare tutti i proprietari di casa alle prese con il controllo obbligatorio della caldaia. Ma dal 15 ottobre, nel nome della sicurezza e del rispetto per l’ambiente, tutto è cambiato: padroni e inquilini dovranno dotarsi di un nuovo libretto (dedicato anche a sistemi di climatizzazione, impianti solari, pompe di calore o di teleriscaldamento) in cui verrà redatto il Rapporto di efficienza energetica, vale a dire la certificazione del buon funzionamento dell’impianto.

Il libretto (composto da 37 pagine e disponibile sul sito del ministero dello Sviluppo Economico) non andrà, tuttavia, a sostituirsi al vecchio, ma lo affiancherà. In pratica, in ogni casa ce ne dovranno sempre essere due. Sul primo, infatti, si verbalizzerà il rapporto di efficienza energetica relativo alle prestazioni degli impianti, mentre sull’altro si riporteranno i controlli periodici susicurezza, salubrità e igiene degli apparecchi, ora diventati obbligatori.

Una mini-rivoluzione che, tuttavia, si è già trasformata nell’ennesimo salasso. I numeri sono chiari: con l’aggiunta delle verifiche del rendimento di efficienza energetica e della sanificazione previste dalla nuova carta d’identità, una famiglia con una caldaia collegata a 4 o 5 termosifoni e un impianto diclimatizzazione con 2 o 3 split deve spendere in media 200 euro. E per chi non rispetta la normativa, le multe previste sono salatissime: si va da 500 a 3mila euro. Cifra che lievita fino a6mila euro per l’installatore sprovveduto o poco serio.

Le nuove regole, imposte dal ministero dello Sviluppo con ildecreto del 10 febbraio 2014 (che prevedeva l’entrata in vigore già a giugno, scadenza poi slittata al 15 ottobre per consentire a tutti di aggiornarsi ) non sono però altrettanto chiare quando si tratta delle modalità di attuazione. Non è, infatti, ancora precisato chiaro quando debbano essere fatti i controlli di efficienza delle caldaie, dal momento che saranno le Regioni a fissarne la periodicità (in genere due anni per gli impianti termici a combustibile liquido o solido superiori ai 10 kW e inferiori a 100 kW di potenza o quattro anni per gli impianti a gas metano o Gpl superiori ai 10 kW e inferiori a 100 kW di potenza). La periodicità dei test di sicurezza e salubrità, invece, la stabilisce il tecnico che fa la manutenzione, ma in linea di massima è annuale.

Così per le famiglie italiane non dovrà partire una corsa disperata per mettersi in regola. Ma la confusione è già tanta al solo pensiero del raddoppio dei controlli obbligatori e dei due libretti. La novità non piace affatto alle associazioni dei consumatori. Konsumer Italia contesta la discrezionalità sulla scelta della frequenza dei controlli, che potrebbe creare disparità tra i cittadini delle varie Regioni e permettere ai tecnici di moltiplicare a dismisura i test, approfittando della situazione.

Il motivo della criticità sollevata è chiara: in base alla nuova normativa, per i nuovi impianti la prima annotazione del libretto compete all’installatore. Per caldaie e condizionatori già montati, sarà invece il responsabile dell’impianto (il proprietari o l’inquilino nel caso di un impianto autonomo e l’amministratore per i centralizzati) accertarsi che venga predisposto il libretto. Con un distinguo: chi è in affitto dovrà farsi carico delle sole spese ordinarie. Quelle straordinarie (come, ad esempio, la sostituzione di tecnologie o interventi significativi sull’impianto che verranno indicati dal manutentore) sono a carico del proprietario.

Al termine della diagnosi, il manutentore (per accertarsi che sia in regola con i requisiti di legge per operare si può consultare laCamera di Commercio) dovrà poi trasmettere agli enti preposti il cosiddetto rapporto di controllo. Le verifiche non verranno più effettuate a campione, ma si partirà da coloro che non hanno svolto gli interventi e del cui impianto non è arrivata alcuna notifica al Catasto.


Fonte: Il fatto quotidiano