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venerdì 7 novembre 2014

PRELIEVO FORZOSO: REALTA O FANTASCIENZA? E' IN ARRIVO L'ENNESIMA RAPINA AI DANNI DEGLI ITALIANI?

Si vocifera di un prelievo per la fine del 2014. Cosa c'è di vero? I nostri soldi sono davvero in pericolo?


Si vocifera di un prelievo forzoso a novembre del 2014. Questa ipotesi, a dire il vero, è stata formulata più volte nel corso degli ultimi anni. In Europa c’è addirittura un precedente. Gli abitanti dell’isola di Cipro hanno dovuto subire questo scotto due anni fa, per giunta sotto il plauso della Germania che – ed è questa la cosa più inquietante – ha auspicato che un provvedimento di tale portata potesse essere riproposto altrove.

La paura che parte dei conti correnti italiani possa essere sacrificato sull’altare della disciplina di bilancio (quindi per abbassare il deficit o ridurre il debito) si è fatta preponderante nelle ultime settimane a causa del peggioramento improvviso di tutti i parametri economici, giunto nell’anno considerato da tutti “della ripresa economica”.

Preoccupata della diffusione del timore di un prelievo forzoso, l’Aduc, associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori, ha deciso di scendere in campo per rassicurare gli italiani. Lo ha fatto con un lungo articolo pubblicato sul sito dove, ovviamente, la notizia viene dichiarata come una bufala e quindi assolutamente smentita. Eppure, i segnali che vanno proprio in questo senso sono tanti.

Renzi ha promesso che l’Italia concluderà il 2014 con il rapporto deficit-pil al 2,6%. Peccato che tale soglia è stata decisa quando di crescita si attestavano, al peggio, intorno all’1%. Con le prospettive aggiornate a luglio, questo risultato è matematicamente impossibile da raggiungere. Persino i conti della serva suggeriscono che servono 20 miliardi. La domanda da porsi è: come e dove saranno reperiti?

Padoan sta giocandosi in questi giorni la carta della riduzione della spesa pubblica. Di fatto, sta accelerando il piano di Spending Review in atto. Si tratta però di una impresa disperata. Sul tavolo, per ora, ci sono solamente i 7 miliardi frutto del taglio lineare (del 3%) ai ministeri. La sacca più grande di spesa, il Sistema Sanitario Nazionale, non può essere preso in considerazione a causa della contrarietà espressa dalle associazioni di categorie che costituiscono la galassia del settore sanità.

Nel frattempo il presidente del Consiglio ha ingaggiato una battaglia contro l’austerity, ma ha perso in partenza. Anziché rivolgersi a chi, nel Parlamento Europeo, si è posti fin da subito da antagonista dell’attuale regime europeo, Renzi si è speso per far cambiare idea ai paesi del nord. La sua sicumera non ha pagato e, anzi, ha contribuito a far fioccare i niet. Ultimo in ordine di tempo quello di Kirki Katainen, vicepresidente della Commissione Europea.

Al Governo, dunque, non rimangono che due strade: o una manovra alla Monti o il prelievo forzoso. Nel primo caso, Renzi dimostrerebbe di accettare lo stato delle cose – la manovra è un provvedimento politico perché impone una decisione su chi colpire e quanto. Nel secondo caso, il Pd potrebbe lavarsene le mani, a prezzo comunque molto alto. Non a caso le voci di corridoio, forse troppo pessimistiche, parlano proprio di un prelievo forzoso e successive dimissioni di Renzi il quale, con quest’ultimo gesto, salverebbe almeno la faccia.

Fantascienza? La speranza è questa. Peccato che uno tra i commentatori più autorevoli, Ferruccio De Bortoli del Corriere della Sera, abbia pronunciato una “strana profezia” nella quale appunto si prevede l’introduzione del prelievo ai conti correnti e il commissariamento della Troika. Il direttore del primo giornale italiano ha espresso questo parere in un’occasione privata, ma tant’è: la sua opinione vorrà pur dire qualcosa.


Fonte: Web Economia

mercoledì 5 novembre 2014

WALL STREET JOURNAL: ITALIA A RISCHIO COLLASSO! CRESCITA ZERO, DEBITO ALTISSIMO E BANCHE TOSSICHE!

Wall Street Journal, le condizioni tossiche delle banche italiane: perché il Paese rischia il collasso!

Una approfondita analisi sulle banche italiane, il cui esito è preoccupante. Un lungo articolo firmato da Simon Nixon sull'autorevole Wall Street Journal, articolo ripreso da Milano Finanza e quindi da Il Foglio, che fa luce su passato e futuro dei nostri istituti. L'analisi muove da una considerazione sulla Federal Reserve, la banca centrale Usa, e sul Quantitative easing, ossia l'immissione di liquidità nel sistema finanziario, lo "stampare moneta". Una misura da più fronti auspicata anche in Europa: perché la Bce non polverizza i vincoli per poi poter fare lo stesso? Nell'analisi ci si chiede se l'allentamento quantitativo, nell'Eurozona, potrebbe avere successo. Ed è qui che entra in gioco l'Italia, dove lo "stampare moneta" - un concetto semplicistico, ma che rende l'idea - assumerebbe le sembianze di un test cruciale. Già, perché nel Belpaese, la terza economia dell'Eurozona, il debito al 135% del Pil sta soffocando ogni possibilità di ripresa. Un contesto nel quale le condizioni del credito concesso dalle banche continuano a degradare: serve liquidità, dunque, serve "stampare moneta".

La verità dei test - Tutto semplice, no? Non proprio. Perché come ricorda il Wsj, se la misura "può soccorrere l'Italia, allora potrà soccorrere l'Eurozona. Eppure è difficile vedere" cosa il quantitative easing possa fare per l'Italia. Perché? Perché il nostro sistema versa in condizioni "tossiche". Le banche sono il principale canale attraverso il quale dovrebbe funzionare ogni stimolo monetario, ma proprio come lo Stato, i nostri istituto, sono soffocati da debiti e prestiti: questi ultimi sono pari al 53% del Pil, più di Francia e Germania. I prestiti bancari, inoltre rappresentano il 40% delle passività finanziarie complessive. E i recenti stress test condotti dalla Bce non hanno fatto che confermare il segreto di Pulcinella: i nostri istituti sono i più deboli di Eurolandia. Una cifra, su tutte: le nostre banche hanno sottovalutato le sottovalutazioni di 13 miliardi di euro, mica bruscolini. Inoltre gli stress test hanno mostrato come il nostro sistema bancario, fino a poco tempo fa, era gravemente sottocapitalizzato e dunque limitato nella capacità di elargire credito. Ora, dal punto di vista della capitalizzazione, qualcosa si è mosso, ma dal punto di vista del credito si è mosso molto poco: i rubinetti, per dirla con la più abusata delle frasi, restano chiusi.

Problemi cronici - Già, perché il Wsj ricorda come un altro cronico problema delle nostre banche sia la redditività molto bassa, dovuta alle estese reti di filiali, ai grandi portafogli con basso margine, alla super-imposizione fiscale e al moloch della burocrazia che affossa il Paese. E poi la governance, il "governo" delle banche, altro quasi-unicum italiano: in generale sono controllate da fondazioni, da enti proni agli interessi politici locali. Si pensi, per esempio, a Mps: la fondazione deteneva il 30% della banca, quota precipitata al 2,5% dopo gli scandali. Un mutamento, quello di Mps, indotto dalla grande crisi, che sta cambiando la fisionomia degli istituti quotati in Borsa. Ma la rivoluzione, o più semplicemente il cambiamento, in Italia viaggia sempre col freno a mano tirato. Il Wsj cita l'esempio della Spagna, che "ha spazzato via regole analoghe (sulla governance, ndr) aprendo la strada a un necessario consolidamento". Dunque l'avvertimento: "Finché l'Italia non adotterà simili riforme, un sistema bancario poco capitalizzato, appena profittevole, faticherà a fornire credito all'economia, indipendentemente da quanti soldi la Bce potrà pompare nel sistema".

Sforzi vani - Una frase, quest'ultima, che è la summa di tutto l'articolo, una frase che dà la cifra della - gravissima - situazione: o cambia qualcosa, e s'intende riforme (riforme vere) o ogni sforzo, compresi quelli di Mario Draghi, sarà vano. Dunque, niente credito, niente soldi, niente ripresa fino a un sostanziale collasso del sistema bancario e, a cascata, del Paese. Il Wsj propone poi alcune ricette che si concentrano sulla raccolta di liquidità da parte delle banche: bene aver goduto dei soldi della Bce, ma ora basta. Nessun istituto, si spiega, "vuole dipendere da Francoforte per finanziare le sue attività principali". Per liberare il sistema bancario, italiano ed europeo, dalle sofferenze serve dunque un "efficiente regime di insolvenza che permetta alle aziende sane di ristrutturare velocemente il loro debito".

Rivoluzione culturale - Il secondo requisito è la capacità di attrarre capitale di rischio: soldi freschi, asset nuovi. Ed è ancora sul capitale di rischio (equity finance) che cadono le banche italiane: il private equity, nel Belpaese, equivale allo 0,2% del Pil. Percentuali ridotte rispetto a quelle di Francia e Gran Bretagna. Ed è questo, insieme a tutti gli altri, l'altro, enorme, problema delle banche tricolore. Un dato che si deve leggere in controluce e che dimostra come la nostra economia sia dominata da piccole aziende famigliari con alta leva finanziaria, la maggior parte delle quali troppo indebitata per chiedere altre prestiti. Oltre al capitale bancario, dunque, manca quello societario. Un circolo vizioso che rischia di portarci al collasso: le imprese, come le banche e come il Paese. Il Wsj conclude caustico: all'Italia serve "una rivoluzione culturale".


Fonte: Il Fatto Quotidiano

martedì 4 novembre 2014

IL PENSIERO DI EINSTEIN SULLA CRISI: "IL MONDO COME IO LO VEDO"

"Solo due cose sono infinite, l'universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima"

di Corinna Albolino - Vale la pena salutare il nuovo anno citando il pensiero sulla crisi di Albert Einstein, tratto da Il mondo come io lo vedo del 1931. Un testo che raccoglie scritti non strettamente scientifici, ma riflessioni sui grandi temi della vita. Qui lo scienziato supera il suo campo di azione per spaziare negli altri ambiti della conoscenza, collocandosi in quella posizione “meta” abitata dai filosofi. Forse anche per questa ragione il suo pensiero è in grado di parlare all’uomo contemporaneo. Qui la crisi viene definita una “benedizione” e questo a noi, che ne stiamo vivendo il momento drammatico, suona da subito come provocazione, quasi un’espressione irriverente nei confronti di chi patisce. Ma questo non può essere.

Basta pensare infatti al periodo in cui il testo è stato scritto ed alla biografia dell’autore. Siamo nel 1931, l’anno in cui massimo è stato il riverbero in Europa, e soprattutto in Germania, della grande crisi economica del 1929 scoppiata in America. Lo Stato caduto in default, la disoccupazione dilagante, il Nazismo alle porte e poi la guerra. L’ebreo Einstein sarà costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti due anni dopo. “Benedizione” non può dunque assumere una connotazione cinica. Bisogna piuttosto considerare sia prerogativa del pensiero geniale l’andare oltre il contingente, superare il proprio “particulare”. Solo così è possibile cogliere il significato autentico delle parole dello scienziato ed intendere la crisi come sfida, apertura di opportunità e leva di progresso. “Crino” in greco antico vuol dire dividere, separare, scegliere e quindi decidere. Alle spalle di questa concezione agisce la filosofia della storia di hegeliana memoria, in cui le soluzioni che fanno procedere la civiltà costituiscono sempre l’esito di un conflitto necessario e quindi di una “crisi” dello status quo.

Per Einstein il vero pericolo è attribuire alla crisi la responsabilità dei propri fallimenti e quindi rimanere prigionieri della propria inattività. A scapito del talento, della creatività, della ricerca di vie d’uscita. L’unica crisi pericolosa diventa allora “la tragedia di non voler lottare per superarla”. E’ l’ignavia che già Dante condanna all’Inferno.

La crisi secondo Einstein

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

(da Il mondo come io lo vedo di Albert Eistein)


Fonte: Verona In