martedì 18 novembre 2014

I 10 ERRORI PIU' COMUNI COMMESSI DAI GENITORI DI OGGI!!!!

In questo articolo dell’Huffington Post Italia , Kari Kubiszyn Kampakis, autrice e giornalista, scrive dei più comuni errori commessi da noi genitori

Quando sono diventata mamma, di consigli su come crescere mio figlio ne ho ricevuti a pacchi. Ma solo pochi anni fa c'è stato qualcuno che mi ha finalmente fatto notare come voler bene ai propri figli significhi in realtà desiderare ciò che è meglio per loro a lungo termine.

Quando le mie quattro figlie erano piccole, del lungo termine non mi curavo più di tanto. All'epoca era una mera questione di sopravvivenza, di risposta a bisogni quotidiani, e di galleggiamento.

Ora che le mie ragazzine stanno maturando, però, la nebbia si solleva. Non sono più una neofita dell'esser genitore, ne sono piuttosto un convertito apostolo. Il vantaggio di questo stadio è che le ragazze vogliono trascorrere del tempo in mia compagnia. Tra noi facciamo delle vere conversazioni, che mettono in risalto le loro splendide personalità. E quando tutti dormono la notte, dormo meglio anch'io. Riesco a ragionare seguendo un filo logico, e riesco a crescerle in modo più pianificato.

Negli ultimi tempi faccio più attenzione al lungo periodo. Penso al genere di adulti che spero diventeranno, e ripercorro la strada all'indietro chiedendomi: "Che cosa posso fare oggi per favorire questo esito domani?". L'attenzione al loro futuro ha mutato il mio paradigma di genitore, perché ciò che rende felice un bimbo all'età di dieci o quindici anni è piuttosto diverso da ciò che li renderà felici a 25, 30, 40 e oltre.

Qualche tempo fa sono incappata in alcuni articoli e libri interessanti che approfondiscono ciò che gli psicologi di oggi si trovano ad osservare: cioè un numero crescente di ventenni depressi senza saperne il perché. Questi giovani adulti ritengono di aver avuto un'infanzia magica. I genitori sono i loro migliori amici. Mai nella loro vita hanno esperito tragedie, o quanto meno niente di peggio di comuni delusioni. E tuttavia, per qualche ragione, si sentono infelici.

Una delle spiegazioni che viene offerta è che i genitori di oggi tendono a intervenire troppo in fretta. Siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma le avversità fanno parte della vita, e solo affrontandole i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti. Ragion per cui, anche se sembra di far loro un favore, in realtà non stiamo facendo altro che ritardare il loro sviluppo. Prediligiamo i benefici a breve termine al benessere del lungo periodo.

In un articolo ho letto che i presidi dei college tendono a definire le matricole "tazze da tè", per la loro fragilità di fronte a problemi della minima entità. La domanda che veniva posta era questa: "Può essere che schermando sin da piccoli i nostri ragazzi dall'infelicità stiamo finendo per privarli della felicità da adulti?".

Ecco la risposta dello psichiatra Paul Bohn, così come viene parafrasata nell'articolo.

"Molti genitori faranno qualsiasi cosa per evitare che i propri figli affrontino il benché minimo disagio, ansia o delusione... "Tutto ciò che sia men che piacevole", spiega -- col risultato che quando poi da adulti si trovano ad esperire i normali momenti di frustrazione della vita, allora si ritrovano a pensare che vi sia qualcosa di terribilmente sbagliato"


Perché mi sento di condividere tutto questo? Perché sono convinta che sia importante, nell'epoca dei genitori-elicottero. Benché da un lato trovi bello che i genitori di oggi siano più coinvolti nelle vite dei propri figli rispetto alle generazioni precedenti, questo nostro coinvolgimento può spingersi troppo in là. Ciò che potremmo voler giustificare come un comportamento da "bravi genitori" può finire col far del male ai nostri figli nel futuro. Se non lo teniamo ben presente, sarà facile accollare lore l'handicap di una vita troppo facile.

Come dice il mio filosofo della genitorialità preferito: "Preparate vostro figlio alla strada, non la strada per vostro figlio".


Ciò detto, ho steso una lista dei dieci errori più comuni, compiuti più frequentemente dai genitori di oggi — me inclusa. Non intendo puntare il dito, solo accrescere la consapevolezza. Ciò che fa parte della nostra cultura non è necessariamente nel migliore interesse dei nostri figli.

Errore Numero 10: La venerazione dei figli.


Molti di noi vivono all’interno di comunità che ruotano intorno al bambino. Cresciamo i nostri ragazzi all’interno di nuclei familiari bambino-centrici. Ai nostri figli, naturalmente, piace, perché le nostre vite ruotano intorno a loro. E nella maggioranza dei casi anche noi non dispiace, perché la loro felicità è la nostra. Ci appassiona fare le cose per loro, spendere per loro, e inondarli d’amore e di attenzioni.

Ma credo sia importante tenere a mente che i nostri figli sono fatti per essere amati, non venerati. E quando li mettiamo al centro dell’universo non facciamo altro che creare un falso idolo, snaturando qualcosa di buono. Piuttosto che mettere i ragazzi al centro delle nostre case, dovremmo sforzarci di metterci Dio. I nostri figli si sentiranno comunque amati, solo in un modo migliore, in un modo che mette l’altruismo davanti all’egoismo.

Errore Numero 9: La teoria del bambino perfetto.

 
Lo sento spesso dai professionisti a contatto coi bambini (assistenti, insegnanti, etc.): i genitori di oggi non vogliono sentire niente di negativo nei confronti dei loro ragazzi. Quando si sollevano dei dubbi o delle preoccupazioni, per quanto espressi con amore, la reazione istintiva è spesso quella di aggredire chi te lo fa notare.

La verità può far male, ma quando prestiamo ascolto con la mente e il cuore aperti, non possiamo che trarne beneficio. Potremo intervenire con largo anticipo, prima che una qualsiasi situazione sfugga di mano. Affrontare un bambino problematico è decisamente più facile di quanto non lo sia ricomporre un adulto caduto a pezzi.

Come ha osservato uno psichiatra di “Children’s of Alabama” quando l’ho intervistata sul tema della depressione adolescenziale, giocare d’anticipo è essenziale perché può alterare la traiettoria della vita di un bambino. È per questo, dice, che trova appassionante la psichiatria infantile e adolescenziale — perché i ragazzi sono resilienti, ed è molto più facile intervenire con successo quando sono giovani, invece che anni dopo, quando i problemi si sono protratti tanto da entrare a far parte della loro identità.

Errore Numero 8: La vita per conto dei figli.
 

I figli ci danno grandi soddisfazioni. E quando hanno successo, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.

Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono. E quando i figli diventano un nostro prolungamento, possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance. D’un tratto, allora, tutto gira intorno a loro, più che intorno a noi. Ed ecco che la loro felicità inizia a confondersi con la nostra.

Errore Numero 7: L’aspirazione del migliore amico.

Una volta ho chiesto a un prete d’individuare l’errore più grave che vede nei genitori. Ci ha pensato su un attimo e mi ha risposto: “I genitori che non fanno i genitori. Quelli che non vogliono sporcarsi le mani”.

Come tutti, desidero che le mie figlie mi vogliano bene. Voglio che mi lodino e che mi apprezzino. Ma se faccio bene il mio lavoro, ci saranno volte in cui si arrabbieranno, e in cui non piacerò loro affatto. Alzeranno gli occhi al cielo, sbufferanno e si lamenteranno, e diranno che avrebbero preferito nascere in un’altra famiglia.

Cercare di essere il migliore amico di tuo figlio può solo finire per renderti più permissivo, spingendoti verso scelte dettate dalla disperazione, cioè dal timore di perderne l’approvazione. Quello non è amore; è un nostro bisogno.

Errore Numero 6: La competizione fra genitori.

Ogni genitore ha un lato competitivo. Per destare questo mostro basta che un altro genitore dia al proprio figlio un vantaggio a scapito del nostro.

Alle medie e al liceo di storie come questa ne sento parecchie, aneddoti d’amicizie infrante e tradimenti, dove una famiglia raggira l’altra. La mia impressione è che alla radice di tutto ci sia la paura. Temiamo che i nostri figli rimangano indietro. Abbiamo paura che, a meno che non ci si getti a capofitto nella pazzia, e non si faccia di tutto per aiutarli ad eccellere fin dall’inizio, resteranno mediocri per il resto delle loro vite.

Credo che i bambini abbiamo bisogno di lavorare duramente, e di capire che i tuoi sogni non vengono serviti su un piatto d’argento; che per ottenerli devi sudare e lottare. Ma quando trasmettiamo un messaggio del genere “vinci a ogni costo”, autorizzandoli a calpestare gli altri per passare avanti, perdiamo di vista la questione della personalità. Che potrà non sembrare importante nel corso dell’adolescenza, ma che negli adulti è tutto.

Errore Numero 5: Perdersi il bello dell’infanzia.
L’altro giorno ho trovato l’adesivo di una merendina alla fragola sul lavandino della cucina, che mi ha ricordato quando fortunata sia a condividere la casa con le piccole.
 

Un giorno non ci saranno più adesivi nel mio lavandino. Non ci saranno Barbie nella vasca da bagno, bambolotti sul letto o Mary Poppins nel lettore Dvd. Sulle finestre non ci saranno impronte appiccicose, e la mia casa sarà silenziosa, perché le mie figlie se ne staranno fuori in compagnia delle amiche, invece che nel nido con me.

Crescere dei bambini piccoli può essere un lavoro duro e monotono. A volte ti sfinisce tanto — fisicamente ed emotivamente — che ti piacerebbe fossero già cresciute, per renderti la vita più facile. Poi c’è quella curiosità di sapere come saranno quando saranno cresciuti. Quali passioni avranno? Diventerà chiaro quali siano le loro doti date da Dio? Da genitori ce lo auguriamo, perché capire su quali punti di forza insistere ci permette di orientarli nella giusta direzione.

Ma proiettandoci nel futuro, chiedendoci se quel talento per l’arte renderà tuo figlio un Picasso, o se la sua voce melodica la renderà una Taylor Swift, potremmo dimenticarci di godere dello splendore che abbiamo davanti a noi: i bebè nelle tutine footie, le favole della buonanotte, il solletico sul pancino e quelle risatine di gioia. Potremmo dimenticare di lasciare che i nostri figli siano piccoli, e di goderci quell’unica infanzia che viene loro offerta.

Le pressioni sui ragazzi iniziano fin troppo presto. Se davvero vogliamo che abbiano un vantaggio competitivo, dovremo proteggerli da queste pressioni. Dovremo lasciare che si divertano, e che crescano al loro ritmo, così che possano 1) esplorare i propri interessi senza timore di fallire e 2) così che non si brucino.

L’infanzia è il momento del gioco libero e della scoperta. Quando mettiamo fretta ai bambini, li derubiamo di un’età dell’innocenza alla quale non torneranno mai più.

Errore Numero 4: I figli che vuoi contro i figli che hai.

Da genitori abbiamo dei sogni per i nostri figli. Iniziano già quando siamo incinte, prima ancora di conoscere il genere del nascituro. Dentro di noi coltiviamo la segreta speranza che siano uguali a noi, solo più intelligenti e più dotati. Vogliamo essere i loro mentori, mettendo a frutto le nostre esperienze.

Ma l’ironia dell’esser genitori è che i nostri figli ribaltano tutti gli stampi. Ci arrivano sempre con inclinazioni impreviste. E il nostro mestiere è quello di capirne il verso giusto e prepararli in quella direzione. Imporre loro i nostri sogni non funzionerà. Solo quando li vedremo per ciò che sono potremo avere un impatto potente sulle loro vite.

Errore Numero 3: Dimenticare che i nostri fatti contano più delle nostre parole.
A volte quando le mie ragazze mi fanno una domanda, poi aggiungono: “Cerca di esser breve”. Il fatto è che mi conoscono bene, perché cerco sempre di infilarci una lezione di vita. Cerco di trasmettere saggezza, dimenticando come l’esempio conti più delle parole.

Il modo in cui affronto il rifiuto e l’avversità… in cui tratto amici ed estranei… che io mi lamenti o esalti il padre… queste cose le notano. E il modo in cui mi comporto dà loro il permesso di fare lo stesso.

Se voglio che i miei figli siano meravigliosi, dovrò puntare ad esserlo anch’io. Dovrò essere la persona che spero diventeranno.

Errore Numero 2: Il giudizio sui genitori degli altri — e sui loro figli.

Per quanto possiamo non condividere il modo degli altri di esser genitore, non sta a noi giudicare. Nessuno al mondo è “del tutto buono” o “del tutto cattivo”; siamo tutti un miscuglio di entrambi, una comunità di peccatori in lotta ciascuno coi propri demoni.

Personalmente più è duro il periodo che attraverso, più sono tollerante nei confronti degli altri genitori. Quando mia figlia mi mette duramente alla prova, sarò più indulgente nei confronti di genitori che si trovano nella stessa barca. Quando la vita mi travolge, perdono gli errori degli altri, e lascio perdere.

Non puoi mai sapere che cosa stia passando l’altro, o quando sarai tu ad aver bisogno d’indulgenza. E anche se non possiamo controllare i giudizi che esprimiamo dentro di noi, possiamo contenerli cercando di comprendere la persona, invece di saltare a conclusioni.

Errore Numero 1: Sottovalutare la PERSONALITA’.

Se c’è una cosa che spero di non sbagliare con le mie piccole è il loro NOCCIOLO. La personalità, la fibra morale, la bussola interiore… sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice. Importano più di qualsiasi voto o premio.

Nessuno è in grado di imporre una personalità ai proprio figli, e a 10 o 15 anni non importa più di tanto. I bambini cercano gratificazioni a breve termine, sta a noi come genitori vedere più lontano. Sappiamo che ciò che avrà importanza a 25, 30 e 40 anni non sarà quanto in là riusciranno a tirare il pallone, o se saranno cheerleader, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi. Se vogliamo che la loro personalità si formi, la loro fiducia in se stessi, la loro forza e resilienza, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e assaggino l’orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.

È duro veder fallire i propri figli, ma a volte dobbiamo farlo. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse. Ci sono un milione di modi per amare un figlio, ma pur cercando di renderli felici, cerchiamo di restare coscienti del fatto che a volte il dolore a breve-termine è un guadagno a lungo-termine.


Fonte: Huffingtonpost Italia
 

sabato 8 novembre 2014

DEBITO PUBBLICO E AUSTERITY: UN ALTRO MAGISTRATO ITALIANO AFFERMA CHE E' TUTTA UNA TRUFFA!!!!!

Un Altro Magistrato Denuncia L'Austerity E La Truffa Del Debito

Ci è pervenuto in questi giorni l'articolo di un magistrato della Procura di Pescara che illustra la truffa del Debito Pubblico generata dall'Eurosistema e dai trattati europei che hanno istituito il S.E.B.C.
Ovviamente , in un articolo di poche righe non poteva illustrare tutto il quadro della problematica giuridica ma in maniera semplice e con grande capacità di sintesi ha rotto il muro di silenzio e l'alone di cecità che aleggia nella magistratura, sopratutto Costituzionale, sull'incostituzionalità dei Trattati Europei che lo stesso Auriti ed il dott.Tarquini denunciarono decenni prima della loro ratifica. Che cosa è, realmente, questo Debito Pubblico? Supponiamo lo Stato debba costruire un ospedale. Senza ospedali, si muore. Il Governo di uno Stato dell'Eurozona, se vuole denaro, per pagarsi l'ospedale, deve chiederlo in prestito alle banche private. Per chi avesse curiosità lo stabilisce l'articolo 21 dello Statuto del Sistema Europeo Banche Centrali. Per ottenere quel prestito deve emettere “cambiali”: si chiamano Titoli di Debito Pubblico, o Buoni Pluriennali del Tesoro. Alla scadenza, lo Stato restituirà capitale ed interessi: nessuno presta “per senza niente”.(...)
 

Dopo il Proc. generale di Corte d'Appello de L'Aquila, il dott. Bruno Tarquini, che all'apertura degli anni giudiziari del 1995 e 1997 denunciò la truffa dell'emissione monetaria a debito ( si badi bene che eravamo ancora con le lire ) e del Tasso Ufficiale di Sconto come madre di tutte le usure, un altro magistrato di nuova generazione si pone gli stessi interrogativi sull'inestinguibile debito pubblico e ne individua giuridicamente le cause proprio nel sistema di emissione monetaria e nei trattati di funzionamento dell'Eurosistema.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi salienti dell'articolo del dott. Gennaro Varone, il quale si è reso disponibile ad esporre dettagliatamente la problematica in convegni e seminari pubblici.


" DEBITO PUBBLICO Supponiamo il Governo, quindi, emetta cambiali per 50 milioni di euro. Una Banca Privata offre 49 milioni e si aggiudica i Bpt. Il Governo ha ottenuto 49 milioni di euro; dovrà restituirne 50 alla scadenza; dunque, pagherà un milione di euro di interessi.Il Governo con quei 49 milioni di euro costruisce il suo ospedale, anzi il nostro ospedale. E quel denaro dovrebbe diventare reddito del costruttore; e reddito dei suoi dipendenti, che lo utilizzeranno presso commercianti; i quali, a loro volta, faranno altri investimenti. Dunque, lo Stato, ora, ha un debito di 50 milioni di euro; ma questo debito è diventato un investimento; la ricchezza reale è aumentata: dove c'erano terra e sassi, c'è una struttura che eroga benessere; i 49 milioni pagati al costruttore hanno alimentato una potente spinta all'economia e un corrispondente aumento di ricchezza reale nel paese, dalla nostra laboriosità e capacità produttiva. IL PAREGGIO DI BILANCIOE veniamo alle tasse. È mai possibile che lo Stato recuperi, in tasse, tutti i 49 milioni di euro che ha speso? Se lo facesse, andrebbe in pareggio perfetto: "Ho speso 49 milioni di euro, mi riprendo 49 milioni di euro, sono in pari”. Ma se lo Stato se li riprendesse tutti, a noi cittadini, di quei 49 milioni di euro, che cosa resterebbe? Nulla. Eppure, per il pareggio di bilancio, è questo che lo Stato deve fare. Sembra assurdo?Eppure è proprio questo che, per restare nella moneta unica lo Stato, deve fare: in base all'articolo 104 del trattato di Maastricht e in base al Regolamento del Consiglio d'Europa 1466 del 1997.Ed è questa la causa della crisi economica. Questa.Se lo Stato ci dà un reddito e, poi ce lo toglie tutto, a noi che rimane? Nulla. Siamo tutti poveri. E se ci rimane nulla, ciò significa che non possiamo comprare nulla con quei 49 milioni di euro.Lo chiamano anche Patto di stabilità. Si: perché, dal momento che dovrebbe riprenderseli, lo Stato dice: "Sai che c'è? Non ti pago! Ma le tasse, quelle le voglio …". Tuttavia, le imprese che hanno lavorato e non vengono pagate, falliscono, licenziano, riducono i salari … Tutto questo, ci ricorda qualcosa? Questa è la principale causa della crisi che attanaglia l'Eurozona, ormai da molti anni: il pareggio di bilancio.È il tasto “pausa” sulla crescita economica; è la camicia di forza imposta alla capacità produttiva dei paesi aderenti. È il motivo della crisi (inutile illudersi: così dalla crisi non si esce); è lo strumento con il quale la crisi è stata deliberatamente prodotta.TASSE E INDEBITAMENTOTorniamo alle tasse. Supponiamo che lo Stato voglia tassare (per andare in pari) al 100%: in questo modo, si riprende tutti i 49 milioni di euro. È (quasi) in pari. "Ce lo chiede l'Europa"... E noi? Be', noi, avendo restituito tutti i 49 milioni, per vivere abbiamo una sola possibilità: chiedere noi denaro in prestito alle Banche (mutui, finanziamenti). Cioè dobbiamo indebitarci noi.Se non si indebita lo Stato, con il debito pubblico , dobbiamo indebitarci, singolarmente, noi. Si chiama debito privato.Bene, la possiamo mettere come vogliamo; ma, nel sistema attuale, il denaro è sempre un debitoNon sarà sfuggito al lettore attento che, se pure lo Stato dovesse tassare al 100% e riprendersi, dunque, tutti i 49 milioni di euro, gli mancherebbe, pur sempre, un milione di euro da restituire. Da dove lo prende?Se riflettiamo che il milione mancante è … denaro, sappiamo, ormai, che, per produrre quel milione mancante, le cose sono due: o si indebita lo Stato, “creando” un milione nuovo di euro, con l'emissione di Titoli del Debito Pubblico; o … ci indebitiamo noi, chiedendolo in prestito alle banche. Per la semplice ragione che nessuno può guadagnare il denaro che … non c'è, il debito può soltanto … aumentare.Uno Stato che ha abdicato al potere di spesa; uno Stato che, per pagare gli interessi, deve indebitarsi sempre di più e, dunque, spendere sempre meno, come potrà costruire tutte le scuole di cui ha bisogno, tutti gli ospedali di cui necessita? Come potrà venire incontro ai bisogni dei propri cittadini? Come potrà la Repubblica rimuovere gli ostacoli alla piena eguaglianza, così come prescritto dall'articolo 3 comma 2 della nostra Costituzione, se abbiamo stabilito che sarà la Banca Centrale Europea a decidere quanto denaro potrà essere messo in circolazione?Davvero il patto di stabilità dei prezzi è più importante della tutela della nostra dignità di uomini e donne lavoratori e lavoratrici, della nostra salute, della nostra istruzione, di tutto ciò che ci serve per una esistenza libera e dignitosa? "
( Dott. Gennaro Varone - sost. proc. della Repubblica )

Fonte: PressNewsWeb

TANGENTI E CORRUZIONE: INDAGATO DEPUTATO DEL PD, IN UNA INTERCETTAZIONE AMMETTE CHE LE PRIMARIE ERANO TRUCCATE!!!!

L'intercettazione del deputato renziano Marco Di Stefano indagato per corruzione: "Maiali, le primarie del Pd truccate"
 
di Brunella Bolloli - C’è una tangente da 1,8 milioni di euro che il deputato Pd Marco Di Stefano, indagato per corruzione, avrebbe incassato per aiutare certi imprenditori amici suoi. E su questo la procura di Roma sta lavorando. Ma c’è, ed è ancora più preoccupante per il partito del premier, uno sfogo dello stesso Di Stefano che denuncia brogli nella composizione delle liste per i candidati alle Politiche del 2013, cioè per molti che oggi siedono in Parlamento e forse non ci dovrebbero stare. Sentite cosa dice l’ ex assessore regionale del Lazio al telefono con un amico: «Ora inizia la guerra nucleare, a comincià dalla Regione, tiro tutti dentro». Rivolto ai colleghi di partito: «

Dunque. Non imbrogli fasulli, nossignori: l’esponente ex Udc ed ex Udeur, prima lettiano, poi renziano, protagonista di uno dei tavoli dell’ultima Leopolda, ci tiene proprio a far sapere di avere partecipato a primarie farlocche, altro che trasparenza e codice etico. Tutto pilotato a sentire lui, pronto a scoperchiare il vaso di Pandora dei democrats e a fare tremare i vertici del Nazareno che, per ora, tacciono. Eppure lui va giù pesante quando annuncia la bomba atomica, «la guerra nucleare», a cominciare dal Lazio dove ha avuto un posto d’onore nella giunta di Piero Marrazzo. Assessore al Demanio, con un pacchetto di voti consistente sul territorio e un settore molto delicato da gestire. È nella veste di titolare del Patrimonio che nel 2008, secondo gli inquirenti, avrebbe fatto avere alla società dei costruttori Antonio e Daniele Pulcini contratti milionari e agevolazioni in barba alle regole previste dal bando di gara. I pm scrivono che ne avrebbe ricavato una maxitangente, al centro del caso Enpam, l’ente di Previdenza ed Assistenza di Medici e Odontoiatri.

Sulla vicenda Di Stefano si proclama «estraneo ai fatti contestati. Rimango perplesso, non essendo neanche chiuse le indagini e non avendo per cui notizie in merito, dell’attacco mediatico, ma nonostante ciò credo fermamente nella magistratura». Se la prende con Il Messaggero che lo ha messo in prima pagina e ha pubblicato l’intercettazione, ma non accenna agli sfracelli politici che potrebbero derivare dalle sue mosse. Né intendono commentare i tanti esponenti del Pd che abbiamo cercato per chiedere lumi sulle presunte irregolarità. Il segretario regionale del Pd del Lazio di allora, Enrico Gasbarra, rimanda al Pd nazionale. L’attuale, Fabio Melilli, in carica da pochi mesi, fa sapere che è troppo presto e bisogna avere elementi in più per giudicare. Ugo Sposetti, potente tesoriere dei Ds e senatore ben radicato nel Lazio, assicura che non sa nulla di questa storia. Nessun segnale neppure da Nico Stumpo, uomo delle liste sotto la gestione bersaniana. E i renziani? Silenzio e imbarazzo. In attesa delle verifiche della procura. È vero che Di Stefano è passato dall’Udc all’Udeur al Pd, grazie all’intercessione del guru della sinistra romana Goffredo Bettini, ed è così esuberante che forse un’ala del partito non lo ha mai digerito fino in fondo. Era finito indietro in lista nella circoscrizione Lazio1, primo dei non eletti alla Camera, e ha potuto entrato a Montecitorio solo ad agosto 2013, quando il sindaco Ignazio Marino, che aveva rimediato una raffica di no dalle donne del Pd, ha scelto Marta Leonori come assessore, liberando un posto. Così Di Stefano ha potuto occupare quel seggio e pochi giorni fa era in grande spolvero alla Leopolda. Ora è nel mirino dei pm. Oltre alla corruzione, occhi puntati anche sui presunti brogli targati Pd.


Fonte: Libero Quotidiano

venerdì 7 novembre 2014

ROMA E VENEZIA MINACCIATE DALL'INNALZAMENTO DEI MARI!!!! POTREBBERO SCOMPARIRE!!!!

Tutta la pianura padana e varie città costiere del nostro paese rischiano di scomparire!
 
L’innalzamento del livello dei mari potrebbe far sparire città con una storia millenaria come Venezia, Roma e Londra e capitali europee come Amsterdam e Copenhagen. Questo è lo scenario sconcertante prefigurato da National Geographic, che ha anche realizzato una mappa che mostra come sarebbe la Terra se tutto il ghiaccio presente ora nel pianeta si sciogliesse e la temperatura media fosse di 26°C. Secondo l’americano Geological Survey in un globo senza ghiacci il livello del mare sarebbe più alto di 65 metri rispetto a ora. Ci vorrebbero migliaia di anni perché succeda, ma continuando ad utilizzare i combustibili fossili si arriverà anche a questo.

L’innalzamento del livello dei mari minaccia Roma e Venezia. Uno studio internazionale del 2011 finanziato dal National Science Foundation ha dimostrato la presenza di uno strettissimo legame tra l’aumento della temperatura e l’innalzamento del livello dei mari, che non è mai stato alto come ora negli ultimi due millenni e che potrebbe avere un impatto devastante su varie zone costiere in tutto il mondo. Secondo le stime attuali il livello del mare aumenterà da 79 centimetri a 1,90 metri tra il 1990 e il 2100.

Solo pochi giorni fa l’IPCC, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, ha mandato l’ultimo avviso: “Resta poco tempo”, bisogna invertire la rotta per mantenere l’aumento della temperatura entro i 2°C. E l’unico modo per farlo è che l’utilizzo di combustibili fossili venga ridimensionato nei prossimi anni e che questi vengano abbandonati del tutto entro il 2100. Un rapporto talmente allarmente che il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha richiamato i governi mondiali ad agire subito per ridurre le emissioni di CO2. Le emissioni mondiali di gas serra, ha spiegato l’IPCC, devono essere ridotte dal 40 al 70% tra il 2010 e il 2050 e sparire completamente entro il 2100.

Il cambiamento climatico non solo potrebbe far sparire Venezia, Londra e Miami, ma secondo l’ONU potrebbe anche rappresentare una minaccia diretta all’uomo infliggendo danni “gravi, diffusi e irreversibili” sia su noi che sull’ambiente. Il rischio è che in futuro ci saranno ondate di caldo, fenomeni atmosferici estremi, e scoppieranno conflitti e carestie.

Fonte: La Fucina

STATI UNITI: MILIARDI DI DOLLARI PER NUOVE BOMBE ATOMICHE! OBAMA APPROVA FINANZIAMENTO!

Obama, Nuove Atomiche Per Mille Miliardi Di Dollari. Lo Rivela Il New York Times. Censurato In Italia

 1000 miliardi in nuove bombe atomiche. E’ l’inferno nucleare appena finanziato da Barack Obama, Premio Nobel per la Pace, fino all’altro ieri sostenitore del disarmo. Ora siamo all’inversione di rotta, verso lo spettro dell’apocalisse: il “New York Times” rivela che gli Usa hanno deciso di investire 335 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, che salirebbero a mille nei prossimi trenta, per realizzare ordigni atomici più moderni, 12 nuovi sottomarini nucleari, 100 bombardieri atomici e 400 silos di lancio di Icbm. Nessuno, come è noto, minaccia gli Stati Uniti. Il nuovo arsenale sarebbe quindi un immenso dispositivo intimidatorio nei confronti del resto del mondo, in primo luogo Russia e Cina, massimo creditore degli Usa.

In Italia, «la notizia non è stata ripresa da giornali, né emittenti Tv», protesta l’ingegner Roberto Vacca, matematico e saggista. C’è chi ha già proposto che a Obama si revochi il Nobel solo perché sta armando curdi e iracheni contro l’Isis, dopo aver armato sottobanco l’Isis stesso, ma «questa decisione di rimodernare l’arsenale nucleare Usa è motivo molto più forte per revocargli il premio».

Di quei mille miliardi, spiega Vacca su “Megachip”, si parlava già a gennaio. Sarebbero stati ripartiti fra missili balistici intercontinentali, sottomarini e bombardieri capaci di trasportare e lanciare armi atomiche ovunque nel mondo. Nella campagna per il suo primo mandato, Obama aveva dichiarato che il suo obiettivo era un pianeta libero dall’incubo delle armi nucleari: «Con il piano attuale, dimostra di aver rinunciato del tutto a quel sogno». Più tardi, aggiunge Vacca, il presidente americano aveva precisato che ci sarebbero voluti molti decenni per un disarmo totale. Sbagliava: l’inferno si è rimesso a correre veloce. «Il piano attuale implica che per i prossimi tre decenni gli Stati Uniti non muoveranno nemmeno un passo per quella lunga strada», visto che saranno impegnati in un’inquietante campagna di riarmo, non motivata da alcuna reale minaccia. Da non sottovalutare, infine, il profilo della sicurezza degli stessi stabilimenti: in mezzo secolo, dal 1950 al 2003, negli Usa ci sono state 121 “frecce spezzate”, cioè gravi incidenti coinvolgenti bombe nucleari. Dal 2003, invece, più nessuna notizia.

Oltre 2 incidenti nucleari all’anno per 53 anni e poi nessuno per 10 anni? «C’è da temere – scrive Vacca – che la censura blocchi informazioni che, se fossero note, proverebbero che il rischio sia maggiore di quanto sostenuto». Nel mondo, gli arsenali nucleari contengono ancora 5 miliardi di tonnellate equivalenti di alto esplosivo, pari a 700 chili per ogni essere umano: è un potenziale oltre centomila volte maggiore di quello delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki che nel 1945 uccisero circa 300.000 giapponesi. A conti fatti, 300.000 moltiplicato 100.000 fa 30 miliardi, annota Vacca, e oggi almondo siamo in 7 miliardi. «Non si è fatto un passo verso un mondo senza armi nucleari, e ora Obama aggrava i rischi invece di ridurli». Anche l’Europa è gremita di missili: 180 testate nucleari tattiche sono già dislocate in Belgio,Germania, Olanda, Turchia e anche in Italia. Le testate europee diventeranno 400, secondo alcuni esperti, calcolando lo stanziamento Usa di 80 miliardi di dollari programmato già nel 2010 per ricerche su armi atomiche.

In più, il governo americano ha deciso di ridurre del 15% gli stanziamenti mirati a proteggere le armi nucleari da tentativi di impossessarsene da parte di eventuali terroristi. «Quest’altra misura rende ancora più imminente un rischio gravissimo – l’entità del quale è segreta e, forse, nemmeno valutabile», scrive Roberto Vacca. La storia recente è punteggiata da incidenti anche gravissimi: la catastrofe di Chernobyl nel 1986 «fu causata da ingegneri elettrotecnici che in assenza di esperti nucleari tentarono un esperimento temerario e assurdo». Il disastro di Fukushima è invece avvenuto «perchè la centrale era sorta in zona sismica, soggetta notoriamente, più di una volta ogni secolo, a tsunami di decine di metri». Nonostante ciò, la centrale giapponese «era stata protetta da un muro di soli 8 metri». In questi due incidenti, ricorda Vacca, sono morte circa 30.000 persone, un decimo delle vittime di Hiroshima e Nagasaki. Cifre approssimative, «perché gli effetti delle radiazioni possono essere letali a notevole distanza di tempo». Nonostante ciò, nel mondo si stanno costruendo altre 60 centrali, in aggiunta alle 435 esistenti. Rischio altissimo, poi, in caso di guerra: «Anche se un conflitto si scatenasse per errore, potrebbe estendersi al pianeta e segnare la fine della nostra civiltà». I favorevoli all’energia nucleare considerano che gli eventuali incidenti futuri sarebbero “accettabili”, perchè quelli finora avvenuti non sono stati molto più gravi di quelli di Bhopal (15.000 morti nel 1984) e del Vajont (2.000 morti nel 1963). «Le armi nucleari vanno smantellate tutte», insiste Vacca. Ma evidentemente Barack Obama - o meglio i suoi "manovratori" - ha ben altri piani, per tutti noi.


Fonte: PressNewsWeb

SPRECHI ITALIANI: TAGLIANO I SERVIZI AI CITTADINI MA FANNO UN CONTRATTO DA 4 MILIONI DI EURO A ROBERTO BENIGNI!!!!

Quattro milioni per le due serate dei Dieci comandamenti più un altro pacchetto di seconde serate, ancora per La Divina commedia. Il manager smentisce le voci: "Numeri fuori dalla realtà".

Quattro milioni dalla Rai a Roberto Benigni. Quattro milioni per le due serate dei Dieci comandamenti più un altro pacchetto di seconde serate, ancora per La Divina commedia.
Il colpo è forte. La cifra altisonante. In un momento in cui la Tv pubblica taglia e risparmia su tutto e incassa pubblicità col contagocce, un compenso del genere fa pensare parecchio. I dirigenti di Viale Mazzini avranno fatto i loro conti. Ma devono essere conti a prova di audience. Perché, considerato che le serate non saranno interrotte da break pubblicitari - come non lo sono mai state le performance dell'attore premio Oscar - significa che i suoi cachet dovranno essere almeno in parte compensati dagli spot che precederanno l'inizio dello show. I quali saranno indubbiamente più ricchi del solito. Basteranno?

Secondo quanto ha scritto il sito La Notizia , rilanciato da Dagospia sotto il titolo La Rai spennata da Benigni , «il comico toscano e il suo agente Lucio Presta stanno trattando con i vertici di Viale Mazzini per realizzare alcune seconde serate». In realtà, il contratto è già chiuso, visto che le due serate sono in palinsesto il 15 e il 16 dicembre prossimi. Per Marco Castoro, «il secondo pacchetto costerebbe un milione e 600mila euro che sommati ai 2 milioni e 400mila per i Dieci comandamenti fanno 4 milioni tondi tondi». Interpellato sull'argomento, Lucio Presta si limita a una smentita secca: «Le cifre non corrispondono alla realtà». Punto. L'ufficio stampa Rai parla di «cifre false».

Due anni fa, per La più bella del mondo , lo show con il quale Benigni illustrò la nascita della Costituzione, il cachet fu di 1,8 milioni di euro. E lo share del 43,94 per cento, con oltre 12,6 milioni di telespettatori. Stavolta è stato lo stesso artista a chiedere di raddoppiare le serate per motivi editoriali. Due ore non erano sufficienti. E la Rai ha approvato la richiesta, ovviamente sperando di bissare il successo. Bisogna riconoscere che raccontare i Dieci comandamenti, contestualizzarli con riferimenti storici e biblici e renderli televisivamente attraenti, non è la cosa più facile del mondo. L'importanza dell'impegno e la complessità dei contenuti richiede studio, preparazione, prove ripetute. E, per una volta, bisogna riconoscere anche che un'impresa come questa corrisponde al compito del servizio pubblico. Infine, di solito, prima di giudicare se uno show vale un prezzo bisogna vederlo. Bisogna aspettare di vedere gli ascolti e gli introiti pubblicitari che porta. Per dire: due anni fa, le serate dell' Inferno dantesco registrate da Piazza Santa Croce a Firenze, trasmesse su Raidue ebbero ascolti assai modesti. Stavolta il completamento del terzo libro della Commedia andrà in onda su Raiuno e avrà forse un sèguito maggiore. Probabile anche che le Tavole della Legge consegnate dal Padreterno a Mosè sul Monte Sinai avranno un appeal superiore a quello della Carta fondativa della Repubblica Italiana. Lo sapremo tra poco più di un mese.


Fonte: Il Giornale

FONDI PENSIONE: IN ARRIVO STANGATA, LA TASSAZIONE DELLE RENDITE PASSA DAL 11,5% AL 20%

Altro che meno tasse!!!
Aumenti retroattivi per fondi pensione e fondazioni!!

Non finiscono mai le sorprese della legge di Stabilità. Renzi aveva annunciato che con questa manovra, «per la prima volta nella storia del Paese» avrebbe ridotto le tasse, invece nella setesura definitiva si scopre che non solo le imposte non sono state ridotte ma l’aumento è diventato addirittura retroattivo. Per enti non commerciali e fondazioni bancarie il peso della tassazione sui dividendi aumenta dal primo gennaio 2014. È retroattivo anche il passaggio dell’aliquota dall’11,5% al 20% per i rendimenti dei fondi pensione.
Aumenta anche la tassazione sulla previdenza dei professionisti che passa al 26% contro l'attuale 20%.
È un duro colpo per il risparmio e un messaggio negativo che il governo manda ai giovani. Aumentando la tassazione sui fondi pensione è come se esprimesse sfiducia verso questo strumento che nel futuro dovrebbe integrare la previdenza obbligatoria.
Non a caso il presidente dell'Ania, Aldo Minucci, ha bocciato questa misura insieme all’anticipo del Tfr in busta paga. «Non si pensa più ai giovani e al loro futuro ma al presente. Per due decenni abbiamo fatto una politica per costruire un modello fondato sulla previdenza integrativa e abbiamo incentivato le persone a puntarci, ora stiamo disincentivando le persone a pensare alle problematiche future per privilegiare quelle del presente».
Il presidente di Assoprevidenza, Sergio Corbello, è più critico: «Il governo ha cambiato obiettivo, vuole rottamare i giovani. La tassazione prevista per i fondi pensione accentua la disparità con l’Europa ove vige quasi ovunque il regime di esenzione per i contributi, esenzione per i rendimenti e tassazione delle prestazioni. La scelta italiana, in precedenza già errata, risulterà in futuro aggravata divenendo un significativo ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori italiani nell’ambito dell’Unione».
Si è fatto sentire anche il presidente dell’Anai, l’associazione degli avvocati, De Tilla. «Uno Stato che spreme la previdenza non ha futuro e produce gravi iniquità e ingiustizie». De Tilla sottolinea che «con l'aumento delle imposte le pensioni diminuiranno e verrà pregiudicato il programma avanzato di welfare. Il nostro è l'unico Paese europeo che fa pagare le tasse sulla previdenza obbligatoria».


Fonte: Il Tempo

PRELIEVO FORZOSO: REALTA O FANTASCIENZA? E' IN ARRIVO L'ENNESIMA RAPINA AI DANNI DEGLI ITALIANI?

Si vocifera di un prelievo per la fine del 2014. Cosa c'è di vero? I nostri soldi sono davvero in pericolo?


Si vocifera di un prelievo forzoso a novembre del 2014. Questa ipotesi, a dire il vero, è stata formulata più volte nel corso degli ultimi anni. In Europa c’è addirittura un precedente. Gli abitanti dell’isola di Cipro hanno dovuto subire questo scotto due anni fa, per giunta sotto il plauso della Germania che – ed è questa la cosa più inquietante – ha auspicato che un provvedimento di tale portata potesse essere riproposto altrove.

La paura che parte dei conti correnti italiani possa essere sacrificato sull’altare della disciplina di bilancio (quindi per abbassare il deficit o ridurre il debito) si è fatta preponderante nelle ultime settimane a causa del peggioramento improvviso di tutti i parametri economici, giunto nell’anno considerato da tutti “della ripresa economica”.

Preoccupata della diffusione del timore di un prelievo forzoso, l’Aduc, associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori, ha deciso di scendere in campo per rassicurare gli italiani. Lo ha fatto con un lungo articolo pubblicato sul sito dove, ovviamente, la notizia viene dichiarata come una bufala e quindi assolutamente smentita. Eppure, i segnali che vanno proprio in questo senso sono tanti.

Renzi ha promesso che l’Italia concluderà il 2014 con il rapporto deficit-pil al 2,6%. Peccato che tale soglia è stata decisa quando di crescita si attestavano, al peggio, intorno all’1%. Con le prospettive aggiornate a luglio, questo risultato è matematicamente impossibile da raggiungere. Persino i conti della serva suggeriscono che servono 20 miliardi. La domanda da porsi è: come e dove saranno reperiti?

Padoan sta giocandosi in questi giorni la carta della riduzione della spesa pubblica. Di fatto, sta accelerando il piano di Spending Review in atto. Si tratta però di una impresa disperata. Sul tavolo, per ora, ci sono solamente i 7 miliardi frutto del taglio lineare (del 3%) ai ministeri. La sacca più grande di spesa, il Sistema Sanitario Nazionale, non può essere preso in considerazione a causa della contrarietà espressa dalle associazioni di categorie che costituiscono la galassia del settore sanità.

Nel frattempo il presidente del Consiglio ha ingaggiato una battaglia contro l’austerity, ma ha perso in partenza. Anziché rivolgersi a chi, nel Parlamento Europeo, si è posti fin da subito da antagonista dell’attuale regime europeo, Renzi si è speso per far cambiare idea ai paesi del nord. La sua sicumera non ha pagato e, anzi, ha contribuito a far fioccare i niet. Ultimo in ordine di tempo quello di Kirki Katainen, vicepresidente della Commissione Europea.

Al Governo, dunque, non rimangono che due strade: o una manovra alla Monti o il prelievo forzoso. Nel primo caso, Renzi dimostrerebbe di accettare lo stato delle cose – la manovra è un provvedimento politico perché impone una decisione su chi colpire e quanto. Nel secondo caso, il Pd potrebbe lavarsene le mani, a prezzo comunque molto alto. Non a caso le voci di corridoio, forse troppo pessimistiche, parlano proprio di un prelievo forzoso e successive dimissioni di Renzi il quale, con quest’ultimo gesto, salverebbe almeno la faccia.

Fantascienza? La speranza è questa. Peccato che uno tra i commentatori più autorevoli, Ferruccio De Bortoli del Corriere della Sera, abbia pronunciato una “strana profezia” nella quale appunto si prevede l’introduzione del prelievo ai conti correnti e il commissariamento della Troika. Il direttore del primo giornale italiano ha espresso questo parere in un’occasione privata, ma tant’è: la sua opinione vorrà pur dire qualcosa.


Fonte: Web Economia

mercoledì 5 novembre 2014

WALL STREET JOURNAL: ITALIA A RISCHIO COLLASSO! CRESCITA ZERO, DEBITO ALTISSIMO E BANCHE TOSSICHE!

Wall Street Journal, le condizioni tossiche delle banche italiane: perché il Paese rischia il collasso!

Una approfondita analisi sulle banche italiane, il cui esito è preoccupante. Un lungo articolo firmato da Simon Nixon sull'autorevole Wall Street Journal, articolo ripreso da Milano Finanza e quindi da Il Foglio, che fa luce su passato e futuro dei nostri istituti. L'analisi muove da una considerazione sulla Federal Reserve, la banca centrale Usa, e sul Quantitative easing, ossia l'immissione di liquidità nel sistema finanziario, lo "stampare moneta". Una misura da più fronti auspicata anche in Europa: perché la Bce non polverizza i vincoli per poi poter fare lo stesso? Nell'analisi ci si chiede se l'allentamento quantitativo, nell'Eurozona, potrebbe avere successo. Ed è qui che entra in gioco l'Italia, dove lo "stampare moneta" - un concetto semplicistico, ma che rende l'idea - assumerebbe le sembianze di un test cruciale. Già, perché nel Belpaese, la terza economia dell'Eurozona, il debito al 135% del Pil sta soffocando ogni possibilità di ripresa. Un contesto nel quale le condizioni del credito concesso dalle banche continuano a degradare: serve liquidità, dunque, serve "stampare moneta".

La verità dei test - Tutto semplice, no? Non proprio. Perché come ricorda il Wsj, se la misura "può soccorrere l'Italia, allora potrà soccorrere l'Eurozona. Eppure è difficile vedere" cosa il quantitative easing possa fare per l'Italia. Perché? Perché il nostro sistema versa in condizioni "tossiche". Le banche sono il principale canale attraverso il quale dovrebbe funzionare ogni stimolo monetario, ma proprio come lo Stato, i nostri istituto, sono soffocati da debiti e prestiti: questi ultimi sono pari al 53% del Pil, più di Francia e Germania. I prestiti bancari, inoltre rappresentano il 40% delle passività finanziarie complessive. E i recenti stress test condotti dalla Bce non hanno fatto che confermare il segreto di Pulcinella: i nostri istituti sono i più deboli di Eurolandia. Una cifra, su tutte: le nostre banche hanno sottovalutato le sottovalutazioni di 13 miliardi di euro, mica bruscolini. Inoltre gli stress test hanno mostrato come il nostro sistema bancario, fino a poco tempo fa, era gravemente sottocapitalizzato e dunque limitato nella capacità di elargire credito. Ora, dal punto di vista della capitalizzazione, qualcosa si è mosso, ma dal punto di vista del credito si è mosso molto poco: i rubinetti, per dirla con la più abusata delle frasi, restano chiusi.

Problemi cronici - Già, perché il Wsj ricorda come un altro cronico problema delle nostre banche sia la redditività molto bassa, dovuta alle estese reti di filiali, ai grandi portafogli con basso margine, alla super-imposizione fiscale e al moloch della burocrazia che affossa il Paese. E poi la governance, il "governo" delle banche, altro quasi-unicum italiano: in generale sono controllate da fondazioni, da enti proni agli interessi politici locali. Si pensi, per esempio, a Mps: la fondazione deteneva il 30% della banca, quota precipitata al 2,5% dopo gli scandali. Un mutamento, quello di Mps, indotto dalla grande crisi, che sta cambiando la fisionomia degli istituti quotati in Borsa. Ma la rivoluzione, o più semplicemente il cambiamento, in Italia viaggia sempre col freno a mano tirato. Il Wsj cita l'esempio della Spagna, che "ha spazzato via regole analoghe (sulla governance, ndr) aprendo la strada a un necessario consolidamento". Dunque l'avvertimento: "Finché l'Italia non adotterà simili riforme, un sistema bancario poco capitalizzato, appena profittevole, faticherà a fornire credito all'economia, indipendentemente da quanti soldi la Bce potrà pompare nel sistema".

Sforzi vani - Una frase, quest'ultima, che è la summa di tutto l'articolo, una frase che dà la cifra della - gravissima - situazione: o cambia qualcosa, e s'intende riforme (riforme vere) o ogni sforzo, compresi quelli di Mario Draghi, sarà vano. Dunque, niente credito, niente soldi, niente ripresa fino a un sostanziale collasso del sistema bancario e, a cascata, del Paese. Il Wsj propone poi alcune ricette che si concentrano sulla raccolta di liquidità da parte delle banche: bene aver goduto dei soldi della Bce, ma ora basta. Nessun istituto, si spiega, "vuole dipendere da Francoforte per finanziare le sue attività principali". Per liberare il sistema bancario, italiano ed europeo, dalle sofferenze serve dunque un "efficiente regime di insolvenza che permetta alle aziende sane di ristrutturare velocemente il loro debito".

Rivoluzione culturale - Il secondo requisito è la capacità di attrarre capitale di rischio: soldi freschi, asset nuovi. Ed è ancora sul capitale di rischio (equity finance) che cadono le banche italiane: il private equity, nel Belpaese, equivale allo 0,2% del Pil. Percentuali ridotte rispetto a quelle di Francia e Gran Bretagna. Ed è questo, insieme a tutti gli altri, l'altro, enorme, problema delle banche tricolore. Un dato che si deve leggere in controluce e che dimostra come la nostra economia sia dominata da piccole aziende famigliari con alta leva finanziaria, la maggior parte delle quali troppo indebitata per chiedere altre prestiti. Oltre al capitale bancario, dunque, manca quello societario. Un circolo vizioso che rischia di portarci al collasso: le imprese, come le banche e come il Paese. Il Wsj conclude caustico: all'Italia serve "una rivoluzione culturale".


Fonte: Il Fatto Quotidiano

IMMIGRAZIONE: L'AUSTRIA RESPINGE GLI IMMIGRATI AFRICANI CHE VENGONO DALL'ITALIA

Ecco come l’Austria rimanda in Italia i migranti. Dopo essere sbarcati in Italia, tentano di varcare il confine ma vengono sistematicamente rimandati indietro.

BRENNERO (CONFINE ITALIA – AUSTRIA) – Con la mano si tocca la pancia. Dolore forte, gastrite di paura. E’ la terza volta che sale su questo treno. Direzione Monaco, sogna la Germania. Potrebbe andare bene, stavolta. Oppure no, potrebbe andare come tutte le altre volte. Potrebbe tornare indietro, Abdullah, respinto in Italia dalla polizia austriaca. Polizei, l’incubo dei migranti, quelli che, sbarcati in Sicilia, vogliono arrivare in Germania, Olanda, Svezia, Norvegia. E che, sistematicamente, vengono bloccati al Brennero, non appena il treno della speranza supera il confine. Catturati e riportati in Italia, al punto di partenza. Decine ogni giorno, centinaia al mese.

Eritrei, siriani, somali. Tanti bambini. Reduci di traversate, tra le dune, tra le acque. La fatica nelle gambe, i sogni nel cuore. Un sacchetto di plastica come valigia, un futuro da costruire. Lontano dalla guerra, con una felpa e una maglietta sulla pelle, nulla più. Ma qui fa freddo, fa freddo quassù al Brennero, qualcuno trema. Non è il Sahara, non ci sono i trafficanti di uomini, ma c’è chi li respinge alle frontiere d’Europa, ai confini della nuova cortina di ferro. Alla stazione del Brennero, Abdullah sceglie il treno delle 20 verso Monaco. Binario 7, 20 euro alla biglietteria elettronica. Viaggia insieme ad altri 17 profughi, eritrei e siriani, tutti col biglietto. Mentre salgono sul treno, perdono un dettaglio importante e non vedono che, mentre il capotreno fischia, sull’ultima carrozza salgono anche loro, due agenti della polizia austriaca. Proprio qui, alla stazione del Brennero, davanti alla nostra Polfer, inerme. Abdullah si annida nello scompartimento, mugola sofferenza, chiude la porta a vetri.

Cresce il mal di pancia, parte il treno, sferraglia sui binari. Comincia l’Austria, sale la tensione. Il treno corre, Innsbruck prossima fermata. Sguardi muti in carrozza, paure reciproche. Fuori dal finestrino i torrenti del Tirolo. Poi un rumore , improvviso, la porta che si apre, la voce inflessibile: “Polizei, passports”. Gli agenti entrano senza bussare. Abdullah mostra il biglietto del treno, ma non basta. L’Italia è il primo Paese in cui sono sbarcati e lì devono tornare. Lo dice la Convenzione di Dublino, lo impone l’Europa. E allora su: “Stand up, stand up”. Gli agenti ordinano di alzarsi. Tutti in piedi, si alza Abdullah e si alzano gli eritrei, gli uomini, le donne, i bambini. Quattro ragazzi vengono ammanettati. Il treno rallenta, ecco Innsbruck. La polizia fa scendere gli immigrati, in stazione ci sono altri agenti come rinforzi. Fuori dalla stazione, i pulmini della polizia austriaca sono già pronti, pronti a riportare i profughi in Italia, al Commissariato del Brennero. “Ogni giorno vediamo passare pulmini pieni di immigrati che vengono riportati in Italia” dicono i commercianti del Brennero, quelli che hanno il negozio sulla strada della frontiera.

Quella dogana oggi è soltanto una linea immaginaria, dove non esistono controlli. Passano le merci e passano i cittadini europei. I profughi invece no. “I numeri sono impressionanti, vengono respinti oltre 200 immigrati a settimana – dicono i poliziotti del sindacato Coisp – Questa situazione non può ricadere sulle spalle degli agenti, lasciati soli a gestire un flusso migratorio di proporzioni mai viste”. Al Commissariato del Brennero le operazioni di accoglienza dei migranti sono incessanti. Impronte digitali e foto segnalamento ad Abdullah e a tutti gli altri. E poi l’invito a presentarsi alla Questura di Bolzano per avviare le pratiche per la richiesta di asilo politico. Ma loro vogliono il Nord, hanno parenti e amici in Germania e Scandinavia. “Viaggiare non è un crimine” mormorano ripetutamente. Al Commissariato del Brennero, la polizia italiana offre loro un pasto caldo, talvolta un letto per trascorrere la notte. Prima che loro, eterni profughi, si rimettano ancora in viaggio. Verso Monaco, verso un sogno, su quello stesso treno.


Fonte: Il Corriere

FINALMENTE ELIMINATA L'AUTO BLU DEL GOVERNATORE DELLA SICILIA CROCETTA. ERA FERMA A BRUXELLES, INUTILIZZATA!

Un’Alfa Romeo 159 blindata stava in garage, nella sede di rappresentanza della Regione Sicilia, ad attendere l’arrivo del presidente a Bruxelles. Che non ci va mai. Il caso sollevato da Nello Musumeci, deputato regionale e presidente della Commissione Antimafia regionale.
 
di Paolo Bracalini - C’è da spostare una macchina, e alla fine l’hanno spostata. Dopo l’auto parcheggiata a scrocco al Senato dal sindaco di Roma Ignazio Marino (poi fatta rimuovere), l’auto blu parcheggiata a vuoto a Bruxelles dal presidente siciliano Rosario Crocetta. «In un anno a Bruxelles ci sarà andato due, massimo tre volte. E l’auto sta lì, a prendere la polvere».

Nello Musumeci, deputato regionale siciliano e presidente della Commissione Antimafia, aveva fatto una scommessa con Crocetta: dimostratemi che la faraonica sede della Regione Sicilia nel cuore della capitale belga è utile, e smetto di chiederne la chiusura. Passato un anno, Musumeci alla fine si è convinto. Sì, ma della inutilità di quei 750 metri quadri in rue Belliard. Tanto più che lì dietro, in un garage, fino all’altro giorno, era parcheggiata un’Alfa Romeo 159, blindata, per Rosario Crocetta, presidente della Regione. Il quale, però, a Bruxelles sembra ci vada poco, o meno che poco (tre volte in due anni scrive LiveSicilia dopo aver compulsato il prospetto relativo ai viaggi istituzionali di Crocetta tra 2013 e 2014).

 E dunque l’auto se ne stava ferma, ad attenderlo. «E non solo quella – racconta Musumeci -. Anche l’autista a Bruxelles, a disposizione del dipartimento e del presidente, è nullafacente». Un costo valutato in 80mila euro l’anno, per ciascuna delle cinque macchine ritenute indispensabili per la presidenza della Regione Sicilia: tre a casa, una a Roma e l’altra appunto a Bruxelles (l’ultimo bando ammonta a 1.440.000 euro più Iva, per quattro anni di noleggio, con precise caratteristiche delle auto richieste: «Cilindrata compresa tra i 2.900 e i 5mila cc, potenza non inferiore ai 300 cavalli, comandi al volante, sensori di parcheggio in retromarcia, interfono, climatizzatore, vetri laterali e lunotto oscurati…»).

Dopo il tiro incrociato dell’opposizione e del web, qualcosa si è mosso (l’auto, in questo caso). Dal dirigente generale della Funzione Pubblica della Regione Siciliana filtra la novità: «L’auto a Bruxelles non c’è più, l’Alfa è stata ritirata e la Regione non ne ha mandate altre». Per adesso, visto che non ci sono stati annunci ufficiali. C’è sempre tempo per mandarne un’altra a Bruxelles, magari nuova.

Restano, poi, tutte le altre auto blu per Crocetta, politico più scortato d’Europa. Ma è sotto tiro, ha ricevuto minacce dai clan, la protezione è opportuna. «Non metto in dubbio. Io però sono presidente dell’Antimafia ma in Sicilia mi sposto con la mia auto – spiega Musumeci -. Ricordo anche che quando ero deputato europeo, mi capitava di incontrare a Bruxelles un’altra personalità a rischio, il procuratore Giancarlo Caselli, che era superscortato in Italia, ma lì prendeva il taxi. Io stesso sono stato per sette anni sotto scorta in Italia.

Ero stato condannato a morte dalla mafia nel ’95. Ma quando sono diventato deputato europeo a Bruxelles o a Strasbugo o utilizzavo il taxi. Non voglio entrare nel merito delle misure di sicurezza adottate verso Crocetta, dico soltanto che opportunità politica avrebbe suggerito una soluzione diversa. Una intesa con l’ambasciata italiana Bruxelles, o col ministero interni belga, vista la sporadicità delle visite di Crocetta a Bruxelles. Serviva proprio un’auto blu ferma lì?».

Ma quella è un pezzettino. Il resto è la sede della Regione Sicilia, rilanciata da Crocetta come un ufficio fondamentale per la Sicilia (costi di funzionamento di circa 1 milione di euro l’anno). Ma Crocetta è irremovibile. Sulla sede e sulle auto blu, a meno di martirio: «Se debbo crepare per fare il presidente della Regione a piedi, va bene… farò questo sacrificio».


Fonte: Dagospia

GIOVANI SFATICATI ITALIANI!!!! AZIENDA ASSUME MURATORI UNDER 30, NESSUNO SI PRESENTA!!!!

“Assumo giovani under 30 ma nessuno si fa avanti”
Appello di un’impresa: i ragazzi non vogliono più fare i muratori

 
Cerco ragazzi under 30 da assumere, anche con poca esperienza ma che abbiano umiltà e voglia di imparare il mestiere». L’appello, in un momento in cui la disoccupazione giovanile ha numeri da brivido, arriva da un’impresa storica vercellese, la Bona 1858. A lanciarlo Elena socia, amministratrice e prima donna nell’attività di famiglia da sei generazioni nel ramo edilizio.
Lei, presidente del gruppo Giovani Imprenditori del Vercellese e della Valsesia di Confindustria e vice presidente dell’Ance Vercelli Sezione Costruttori Edili, vuole investire sui ragazzi: «Ci servono operai specializzati e muratori. Meglio se giovani da formare perché nel giro di qualche anno perderemo le maestranze che abbiamo. Adesso come adesso assumerei almeno un paio di persone, non per lavori spot ma con la speranza di dare un’occupazione per i prossimi 30 anni».
Una decisione motivata dal fatto che il lavoro non manca, ma anche per non rischiare di spezzare una linea di continuità che vede la Bona sul mercato da oltre un secolo e mezzo in cui l’impresa è entrata nella storia architettonica di Vercelli e provincia.

Nel suo portfolio centenario si passa infatti dalle opere idrauliche realizzate nelll’800 per l’associazione di irrigazione Ovest Sesia alla costruzione di monumenti come la sinagoga fino all’adattamento della ex chiesa di San Marco, oggi Arca, a mercato pubblico coperto. Poi il primo ventennio del ‘900in cui la Bona ha contribuito a cambiare il volto della città tirando su, tra gli altri, il palazzo del Prefetto e la sede dell’opera nazionale dopo lavoro,ex Enal.
L’impresa oggi si occupa sempre di edilizia, ma anche di restauro, ristrutturazioni, conservazione ed archeologia lavorando con privati curia, mistero dei beni culturali e Sogin all’interno della centrale di Trino.

Attualmente conta otto dipendenti, molti in azienda da un ventennio. «Abbiamo fatto una scelta precisa: niente grandi numeri ma persone fidate per un rapporto continuativo nel tempo». Pochi ma buoni e fondamenta solide insomma, ma non mancano le nuove leve in vista di un ricambio generazionale inevitabile: il più giovane dei dipendenti oggi ha 35 anni. Ma trovare i candidati non sembra così semplice: «I curriculum in arrivo sono pochi e, soprattutto, di persone già formate. Ne riceviamo in media tre al mese, tutti di gente del settore, quasi sempre ben sopra i trent’anni». Pari a zero le richieste dei più giovani: caldo d’estate, freddo d’inverno, lavoro fisicamente impegnativo fanno sì che il muratore non sia in cima alla lista delle professioni da sogno dei ragazzi. «Mio nonno i raccontava di adolescenti che arrivavano in cantiere e stavano muti ad osservare chi lavorava per imparare. Oggi il mestiere è considerato poco edificante anche se, solo rispetto a qualche anno fa, grazie alla tecnologia e ai mezzi è molto meno duro. Certamente è impegnativo, ma ci sono lavori sicuramente più pesanti».


Fonte: La Stampa

ZINGARE ROM TENTANO DI OCCUPARE UNA CASA, MA LA POPOLAZIONE ESASPERATA TENTA DI LINCIARLE!

Milano. Tentano di occupare un alloggio, due rom incinta salvate dalla polizia. La fuga rocambolesca dal balcone.

Milano, 3 novembre 2014 - Via Giambellino 146, periferia di Milano. Gli agenti che reggono una scala appoggiata al balcone e due giovani rom che scendono, tra le urla degli inquilini del caseggiato popolare. Solo una volta salite nel taxi fatto arrivare dalla polizia, le due ragazze hanno avuto la certezza di aver evitato il linciaggio. Si è chiusa così, in un’atmosfera tesissima, l’ennesima occupazione di alloggi delle case popolari. Un’episodio, quello dell’altra sera, che ha scatenato una rivolta. Una scena simile a quelle che ultimamente scuotono i quartieri Aler, da San Siro a Lorenteggio, da Molise a Corvetto, ma che poteva avere un finale drammatico. Gli inquilini non hanno smesso un attimo di urlare e di scaraventare oggetti contro l’appartamento invaso, al punto che le occupanti, due ragazze rom incinta, si sono sentite in pericolo e hanno avvertito la polizia, chiedendo aiuto per uscire. La prima telefonata alle forze dell’ordine (e al pronto intervento Aler) è stata effettuata dagli inquilini intorno alle 20.30. La gente si era accorta che un alloggio sfitto del primo piano era stato invaso da due sconosciute che si erano introdotte in casa dal balcone e, esasperata, aveva allertato chi di dovere. Gli agenti, giunti sul posto, insieme agli ispettori dell’Aler, hanno identificato le occupanti e cercato di convincerle ad uscire.

Al rifiuto delle donne, non hanno potuto procedere con lo sgombero, causa lo stato di gravidanza di entrambe. Non appena le volanti si sono allontanate, è espolosa la rabbia. Gli inquilini si sono sentiti in balia degli occupanti e hanno iniziato a tirare sassi e altri oggetti contro l’appartamento invaso, gridando e incalzando le nomadi affinché uscissero. Non c’è stato un attimo di tregua. E le due donne, alle 23, sfinite, hanno chiamato la polizia implorando aiuto. Ormai l’obiettivo era di uscire da quella che per loro era diventata una prigione assediata da inquilini inferociti. I poliziotti, giunti nuovamente nel caseggiato di via Giambellino, a quel punto le hanno aiutate a scendere dal balcone utilizzando una scala e tenendole lontane dalla folla, che ormai mirava al linciaggio. Alla fine le donne si sono allontanate a bordo di un taxi, mentre gli inquilini cantavano vittoria. Anche in via Odazio 6, poco distante, gli inquilini sono sempre in guardia. La porta-finestra di un alloggio nella scala D al piano rialzato è stata sfondata per tre volte in tre settimane, ma i vicini hanno sempre sventato le occupazioni. Maria Palomares suona un fischietto quando sente la lastra di protezione crollare, chiedendo così rinforzi. E in un caso gli inquilini hanno vegliato l’appartamento per una notte intera con in mano mazze da baseball e bastoni, senza paura.


Fonte: Il Giorno

martedì 4 novembre 2014

IL PENSIERO DI EINSTEIN SULLA CRISI: "IL MONDO COME IO LO VEDO"

"Solo due cose sono infinite, l'universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima"

di Corinna Albolino - Vale la pena salutare il nuovo anno citando il pensiero sulla crisi di Albert Einstein, tratto da Il mondo come io lo vedo del 1931. Un testo che raccoglie scritti non strettamente scientifici, ma riflessioni sui grandi temi della vita. Qui lo scienziato supera il suo campo di azione per spaziare negli altri ambiti della conoscenza, collocandosi in quella posizione “meta” abitata dai filosofi. Forse anche per questa ragione il suo pensiero è in grado di parlare all’uomo contemporaneo. Qui la crisi viene definita una “benedizione” e questo a noi, che ne stiamo vivendo il momento drammatico, suona da subito come provocazione, quasi un’espressione irriverente nei confronti di chi patisce. Ma questo non può essere.

Basta pensare infatti al periodo in cui il testo è stato scritto ed alla biografia dell’autore. Siamo nel 1931, l’anno in cui massimo è stato il riverbero in Europa, e soprattutto in Germania, della grande crisi economica del 1929 scoppiata in America. Lo Stato caduto in default, la disoccupazione dilagante, il Nazismo alle porte e poi la guerra. L’ebreo Einstein sarà costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti due anni dopo. “Benedizione” non può dunque assumere una connotazione cinica. Bisogna piuttosto considerare sia prerogativa del pensiero geniale l’andare oltre il contingente, superare il proprio “particulare”. Solo così è possibile cogliere il significato autentico delle parole dello scienziato ed intendere la crisi come sfida, apertura di opportunità e leva di progresso. “Crino” in greco antico vuol dire dividere, separare, scegliere e quindi decidere. Alle spalle di questa concezione agisce la filosofia della storia di hegeliana memoria, in cui le soluzioni che fanno procedere la civiltà costituiscono sempre l’esito di un conflitto necessario e quindi di una “crisi” dello status quo.

Per Einstein il vero pericolo è attribuire alla crisi la responsabilità dei propri fallimenti e quindi rimanere prigionieri della propria inattività. A scapito del talento, della creatività, della ricerca di vie d’uscita. L’unica crisi pericolosa diventa allora “la tragedia di non voler lottare per superarla”. E’ l’ignavia che già Dante condanna all’Inferno.

La crisi secondo Einstein

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

(da Il mondo come io lo vedo di Albert Eistein)


Fonte: Verona In

IMMIGRAZIONE: MILIONI DI EURO SPESI PER FINTI PROFUGHI E FALSI RIFUGIATI!!!

La truffa dei rifugiati, uno su due è falso! Il prefetto di Gorizia denuncia: "Tanti dei richiedenti asilo non sono veri profughi ma furbi"
 
«Più che profughi sono dei furbi. Gran parte dei richiedenti asilo a Gorizia, afghani e pachistani, non scappano dai talebani, ma arrivano, talvolta in aereo, da altri Paesi europei con soldi e carte di credito» denuncia senza mezzi termini, Vittorio Zappalorto, prefetto del capoluogo isontino.

Ed il fenomeno dei finti rifugiati «riguarda tutta l'Italia dal Nord Est al Sud come capita sempre con gli afghani a Caltanissetta» conferma al Giornale il rappresentante dello Stato.

Il 22 ottobre l'assemblea parlamentare dell'Osce (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa) ha riconosciuto che nel vecchio continente «troppo spesso la richiesta dello status di rifugiato è utilizzata impropriamente e pretestuosamente come elemento di copertura per l'immigrazione clandestina e strumento di ritardo per le pratiche di identificazione ed espulsione».

In Italia, dal 1990, abbiamo accolto come profughi o altre protezioni umanitarie, 101.182 persone. Dall'inizio dell'anno a metà settembre le richieste di asilo sono già 38mila rispetto alle 26.620 domande presentate nel 2013. L'effetto calamita dei migranti dell'operazione Mare Nostrum ha giocato il suo ruolo. L'aspetto curioso è che in ottobre si registrano solo 46 richieste di siriani in fuga dalla guerra e ben 1.233 dal Bangladesh, dove non c'è nessun conflitto. Nel 2013 abbiamo respinto il 29% delle richieste e addirittura il 10% degli asilanti era irreperibile. Numeri che dimostrano la pratica delle cosiddette «domande strumentali» presentate da «semplici migranti per fini economici», che non sono perseguitati.

A Gorizia c'è solo la punta dell'iceberg . «Oramai siamo la Lampedusa del Nord, ma dato che non arrivano i barconi nessuno ne parla» dichiara Zappalorto. A Gorizia ci sono circa 250 afghani e pachistani oltre a 200 immigrati nel centro di Gradisca. «Almeno il 50% non ha diritto a diventare rifugiato e non arriva da zone di guerra, ma da altri Paesi europei come l'Inghilterra, la Francia e pure Norvegia e Svezia» spiega il prefetto. «E se partono dalla Francia non si fermano al primo centro per la richiesta d'asilo a Milano, ma proseguono per Gorizia, dove si è sparsa la voce che la commissione fa il loro gioco» sottolinea il rappresentante delle istituzioni centrali. «Qualcuno arriva in aereo a Venezia per poi venire a mettersi in fila da noi per l'asilo politico - rivela Zappalorto - Hanno carte di credito, soldi e sui loro smartphone di ultima generazione abbiamo trovato i selfie da turisti davanti alla Torre Eiffel, prima di arrivare in Italia». Gli aspiranti rifugiati sono tutti giovani e uomini. «Anche se lontani dai loro Paesi d'origine da anni, senza alcun diritto all'asilo, si piazzano sulla sponda del fiume Isonzo creando ad hoc uno stato di necessità per impietosirci. E noi li prendiamo in carico anche se non ci sono più posti» spiega il prefetto. L'onere dell'emergenza spetta alla prefettura, che può spendere un massimo di 35 euro al giorno per profugo vero o finto.

A Caltanissetta la situazione è simile, ma la beffa è venuta alla luce nel maggio scorso. Un'inchiesta partita da Trieste ha smantellato un racket dell'immigrazione clandestina gestito da 16 persone in mezza Italia. Afghani e pachistani che risiedevano legalmente nel nostro paese grazie a permessi di soggiorno oppure in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato.

Prima dell'11 settembre siamo stati capaci di peggio. L'egiziano Abdelkhader Es Sayed, il pezzo più grosso di Al Qaida mai transitato in Italia, era riuscito a spacciarsi come perseguitato ottenendo asilo politico nel nostro paese. I bombardamenti americani lo hanno incenerito in Afghanistan.

Per i rifugiati abbiamo stanziato quest'anno 193,8 milioni di euro. L'Europa ci ha aiutato con 30 milioni, ma dal 2008 al 2013. Il prefetto di Gorizia alzando il velo sui finti rifugiati non ha dubbi: «Questa storia dell'asilo è diventata un escamotage per l'immigrazione. Chi arriva dal Bangladesh o da molti Paesi dell'Africa è spinto da motivi economici. Ma fa il furbo sfruttando senza alcun diritto un istituto storico di protezione per i veri perseguitati».


Fonte: Il Giornale

GUIDA: 9 UTILI CONSIGLI PER IMPUGNARE (E NON PAGARE) LE CARTELLE EQUITALIA

Vizi di forma e di sostanza: ecco un elenco di tutte le eccezioni che potrete sollevare se vi dovesse essere notificata una cartella esattoriale da parte dell’Agente per la riscossione

“C’è da firmare una raccomandata”. Diciamo la verità: quando il postino, dal citofono, ci risponde in questo modo, la prima paura è che si tratti di una multa o di una cartella esattoriale di Equitalia.   Ecco allora un “manuale di sopravvivenza” contro le odiose richieste di pagamento dell’Agente della riscossione. Si tratta di consigli non certo esaustivi come potrà essere un manuale per tecnici – dei tanti che si vendono anche in rete – ma, se non altro, questo breve elenco ci dirà quali su punti focalizzare la nostra attenzione prima di poter dire: “Questa cartella è nulla!”. 

Prima di passare all’elenco di possibili vizi dell’atto, la prima questione da analizzare è, ovviamente, quella relativa ai tempi. Non si può impugnare una cartella in qualsiasi momento (salvo per rari e gravi casi di invalidità che rendono l’atto completamente inesistente), ma esistono delle scadenze . 

Il secondo punto da sapere è che esistono due tipi di vizi: a) quelli sul merito, ossia se la tassa o la sanzione siano dovuti o meno (per esempio, se gli importi sono stati da voi già pagati, o vi spetta un pagamento inferiore, ecc.). Tali valutazioni le lasciamo al vostro commercialista o legale, non potendo conoscere la vostra situazione contabile/fiscale;   b) quelli sulla forma, ossia sul rispetto delle regole e della procedura imposta dalla legge ad Equitalia per richiedere tali pagamenti. In genere, tali vizi vengono spesso utilizzati da chi sa che deve pagare, ma cerca un espediente per non farlo o per ritardare il pagamento. È su di essi che ora ci soffermeremo.   

Primo trucco: occhio alla notifica!

Il vizio più contestato in una cartella esattoriale è il difetto di notifica. La legge, infatti, impone al postino di rispettare determinate formalità prima di consegnarvi l’atto di Equitalia.   L’atto deve essere consegnato nelle vostre mani o, in caso di vostra assenza, in quelle di un familiare convivente o, mancando anche quest’ultimo, in quelle del portiere. Il postino deve rispettare questa sorta di “ordine gerarchico” ed è tenuto altresì a far menzione, nella relata di notifica, posta alla fine della cartella, di aver proceduto a tali tentativi secondo questa scaletta. Per un approfondimento sul tema, leggi l’articolo: “Valida la cartella esattoriale notificata al porterie dello stabile”.   Attenzione però: sollevare una impugnazione contro la cartella esattoriale per difetto di notifica potrebbe essere controproducente. Infatti, la giurisprudenza segue il principio secondo cui l’opposizione stessa è prova di conoscenza dell’atto. Essa quindi sana ogni vizio di notifica. A questo punto cosa conviene fare al contribuente? Far finta di niente, ossia di non aver ricevuto alcunché. Qualora poi Equitalia proceda avanti negli atti esecutivi (per esempio un pignoramento) o cautelari (per esempio una ipoteca o un fermo), allora bisognerà proporre una opposizione all’esecuzione e contestare la nullità della notifica della cartella esattoriale proprio per il predetto vizio di forma. Un’ultima osservazione in merito alle modalità di notifica per posta. Da più parti d’Italia è stato sollevato il vizio in merito alla illegittimità della notifica effettuata a mezzo posta. I tribunali si stanno spaccando in due, ma la Cassazione sembra tendere verso la opposta tesi, quella favorevole al fisco. Chi voglia tentare con questo tipo di eccezione, in questo portale abbiamo elencato tutti i tribunali favorevoli alla tesi secondo cui le notifiche fatte a mezzo del postino direttamente da Equitalia sono nulle. “Cartelle Equitalia nulle se notificate con il postino: i giudici sconfessano la Cassazione”. È bene comunque precisare ancora una volta che, sul punto, non vi è univocità di vedute in giurisprudenza, per cui sarà il caso di non improntare tutta la propria difesa su tale aspetto.   

Secondo trucco: occhio alla relata di notifica!

In ogni caso, fate molta attenzione a dove il postino ha scritto la relata di notifica. Essa infatti deve essere apposta alla fine della cartella e mai sul frontespizio dell’atto. Se così, infatti, non fosse, la notifica sarebbe nulla. “Nulla la notifica di Equitalia se la relata è sul frontespizio e non in calce”.

Terzo trucco: se non vi ricordate di aver mai firmato alcunché!
Sappiate che se non vi ricordate di aver mai firmato nulla, ciò non significa per forza che nessuno abbia mai provato a notificarvi una cartella. La legge, infatti, consente di ritenere ugualmente e regolarmente consegnati degli atti che invece, di fatto, non lo sono stati per irreperibilità del destinatario o sua assenza momentanea.   Poniamo, per esempio, il caso in cui voi siate stati fuori per qualche mese oppure non abbiate ritirato la posta perché ricoverati in ospedale per una settimana; poniamo anche che, nel vostro stesso appartamento, non vi sia stato alcun familiare convivente a firmare per conto vostro la posta e, ancora, che neanche il portiere abbia accettato corrispondenza per voi. Ebbene, questo non vuol dire che, in ipotesi di questo tipo, il postino non vi possa notificare la cartella. 

Sappiate infatti che il postino dovrà seguire una procedura specifica, all’esito della quale la notifica si considererà ugualmente completata, pur in vostra assenza. Egli dovrà depositare la raccomandata a voi indirizzata presso la Casa Comunale e darvi successivo avviso della giacenza spedendovi una raccomandata con avviso di ricevimento. Se siete assenti anche nel momento in cui l’avviso di giacenza vi viene notificato, esso dovrà essere affisso alla porta d’ingresso della vostra abitazione oppure immesso nella cassetta postale della vostra abitazione oppure in quella del vostro ufficio o della vostra azienda.   Se queste formalità non sono state rispettate, sappiate che la notificazione della cartella è nulla. Pertanto, quello che vi consigliamo di fare è di verificare che nella vostra cassetta della posta non vi sia qualche avviso di raccomandata da voi non ritirata. 

Se così non dovesse essere, potrete sempre controllare, tramite una richiesta di “accesso agli atti”, presso gli uffici di Equitalia, che tutta questa procedura sia stata correttamente eseguita. In pratica, dovrete verificare che il postino abbia tentato di consegnarvi la posta e che, in difetto, l’abbia depositata presso la Casa Comunale, spedendovi una seconda raccomandata (per come appena detto). Di tutti questi atti vi deve essere necessariamente copia presso Equitalia e quest’ultima è tenuta a darvene visione.

Quarto trucco: se non sono indicati gli interessi o manca il tasso!

La cartella di pagamento deve obbligatoriamente contenere una dettagliata indicazione delle modalità con cui gli interessi sono stati calcolati e dei relativi tassi. In mancanza, la cartella che vi è stata recapitata è interamente nulla.   Nel dettaglio degli addebiti – che costituisce una delle pagine che compongono la cartella – dovrete quindi trovare anche il dettaglio del calcolo degli interessi che vi vengono richiesti in pagamento e degli specifici tassi applicati. 

Non è sufficiente, invece, l’indicazione della cifra globale degli interessi e non siete nemmeno tenuti, come contribuenti, a fare complicati calcoli o indagini per ricostruire il modo in cui l’Agenzia delle Entrate ha calcolato gli interessi per i singoli anni di tassazione.   Qualora, quindi, manchino queste indicazioni dettagliate relative agli interessi che vi vengono addebitati, sappiate che la cartella, come detto, è nulla e che questo vizio potrà essere fatto valere davanti al Giudice.

Quinto trucco: se nella cartella manca qualche pagina!   

Il plico che Equitalia vi invia a casa deve contenere tutte le informazioni necessarie al cittadino per poter comprendere la pretesa tributaria e, nello stesso tempo, potersi difendere. La legge, infatti, impone una serie di comunicazioni che l’atto deve elencare in modo esaustivo (per esempio: i termini entro cui far ricorso, ecc.).   Se, per un caso o per un altro, la cartella dovesse pervenire al vostro indirizzo priva di qualche pagina, essa sarebbe nulla. A voi basterebbe sollevare soltanto l’eccezione, mentre ad Equitalia spetterebbe la prova contraria (circostanza non sempre facile da dimostrare).

Sesto trucco: se manca la causale!   

L’elenco degli importi richiesti da Equitalia deve essere sempre accompagnato dalla relativa causale delle somme pretese dal fisco. Secondo la Cassazione, infatti, la cartella deve contenere indicazioni sufficienti a consentire al contribuente di identificare in maniera agevole la causale delle somme pretese dall’amministrazione finanziaria.   

Settimo trucco: se nella cartella manca qualche informazione!   

Oltre alla causale, la cartella deve contenere alcuni elementi senza i quali sarebbe nulla: 

- l’intimazione al pagamento della cifra risultante dal ruolo entro il termine di 60 giorni dalla notifica, con l’avvertimento che, in difetto, si procederà a esecuzione forzata;
- l’indicazione della data in cui il ruolo è stato reso esecutivo; – il numero identificativo della cartella;
- l’ente titolare del credito per il quale Equitalia sta agendo (per es. Inps, Comune, Agenzia delle Entrate, Camera di Commercio, ecc.);
- la specie del ruolo;
- generalità del debitore (per es. codice fiscale, dati anagrafici, ecc.);
- l’anno o il periodo di riferimento del credito; – l’importo di ogni articolo di ruolo;
- il totale degli importi iscritti a ruolo;
- il numero delle rate in cui il ruolo deve essere riscosso, l’importo e la cadenza di ciascuna di esse;
- l’indicazione sintetica degli elementi sulla base dei quali è stata fatta l’iscrizione a ruolo: si tratta, cioè, dell’indicazione dei presupposti e delle motivazioni che hanno determinato la decisione dell’amministrazione;
- qualora l’iscrizione a ruolo sia conseguente a un atto notificato in precedenza, devono essere indicati gli estremi di tale atto e la relativa data di notifica oppure l’atto stesso va allegato;
– l’avviso che, in caso di mancato pagamento, l’agente della riscossione potrà procedere ad acquisire, in via stragiudiziale, i dati relativi a eventuali crediti vantati dallo stesso debitore nei confronti di terzi, al fine dello svolgimento di eventuali azioni di espropriazione;
- l’indicazione del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo, nonché di quello di emissione e notifica della cartella stessa.   Attenzione: la firma autografa del dirigente non è considerata più necessaria. Basta l’intestazione.   

Ottavo trucco: se la cartella non indica termini e modalità entro cui fare ricorso!   

La giurisprudenza è stata chiara nel ritenere necessario che la cartella contenga la precisa indicazione dei termini temporali e delle modalità entro cui il contribuente può fare ricorso, ossia rivolgersi a un giudice per poter chiedere l’annullamento dell’atto qualora sia invalido.   Il contribuente, infatti, deve essere messo nella condizione di difendersi.   A differenza degli altri vizi della cartella, però, in tale caso, qualora manchino tali elementi, l’atto di Equitalia non è nullo, ma l’eventuale ricorso presentato oltre i termini o al giudice sbagliato non comporterà preclusioni per il contribuente.

Nono trucco: il timbro e la data di consegna devono essere leggibili!   

Poiché la data di notifica costituisce elemento essenziale della cartella di Equitalia – e non può essere integrata con altri elementi – la sua mancata indicazione rende nulla la notifica. Tale sarà l’effetto, pertanto, se il timbro con la data di consegna non si legge bene sul documento.   Per maggiori informazioni, vai all’articolo “Nulla la cartella Equitalia se non si legge bene il timbro con la data di notifica”.   Attenzione però: anche in questo caso, come già detto sopra, sollevare una impugnazione contro la cartella potrebbe essere controproducente, posto il principio secondo cui l’opposizione sana ogni vizio di notifica. A questo punto conviene far finta di niente, ossia di non aver ricevuto alcunché,  rimanendo passivi. Qualora Equitalia proceda avanti negli atti esecutivi (per esempio un pignoramento) o cautelari (per esempio una ipoteca o un fermo), allora in tal caso bisognerà proporre una opposizione all’esecuzione e contestare la nullità della notifica della cartella esattoriale proprio per il predetto vizio di forma.

Fonte: La Legge per Tutti